Valdarno Superiore


Informazioni

Uscendo dalla valle del Casentino, dove percorre il suo primo tratto, l’Arno raggiunge Arezzo e disdegnoso «torce il muso» (Purg. XIV, 48), aggira cioè il massiccio del Pratomagno con una larga ansa, fino ad aprirsi – dopo aver percorso la cosiddetta Gola dell’Inferno – nell’ampia vallata del Valdarno superiore. Costituita da una conca pressoché ovale, limitata a Nord-Est dal citato Pratomagno e a Sud-Ovest dai Monti del Chianti, la valle fu occupata nel Pliocene da un ampio lago, i sedimenti del quale creano ampie zone di erosione, dando origine alle cosiddette Balze, dall’aspetto pittoresco.

Frequentato da gruppi umani fin dalla più remota antichità, il Valdarno conserva tracce di una consistente presenza etrusca, per quanto povera di testimonianze monumentali. La più recente ricerca archeologica e la presenza di numerosi toponimi di chiara derivazione etrusca confermano tuttavia le parole di Tito Livio, secondo il quale «la regione era tra le più fertili d’Italia e i campi degli Etruschi tra Fiesole e Arezzo erano opulenti di frumento, ovini e ogni altra cosa» (Ab Urbe condita Libri, Liber XXII, cap. III).

La fertile valle, attraversata fin da epoca romana da importanti vie di comunicazione, fu interessata nel corso del Medioevo da un precoce e diffuso incastellamento. Molti di questi castra facevano capo, direttamente o tramite uomini del loro entourage, alla stirpe comitale dei Guidi, ben attestata soprattutto sui fianchi del Pratomagno e in Val d’Ambra.

Sull’opposto versante emersero gli Ubertini di Gaville (1), originari dall’omonimo piviere sui monti del Chianti; i Firidolfi-Ricasoli, che presero nome dall’omonimo castello presso Cavriglia, per quanto attivi soprattutto nel limitrofo Chianti; i Pazzi, detti di Valdarno per non confonderli con l’omonima famiglia cittadina (2). Nella valle del Cesto, presso Figline, si affermarono i Della Foresta, in seguito noti come Franzesi (3), che possedettero numerose case e palazzi nel borgo di Figline, in crescente espansione come centro mercantile.

 

 

Sui rilievi che coronano la vallata, divisa fra le diocesi di Fiesole e Arezzo, si segnala la presenza di rilevanti abbazie, in primo luogo quella riformata di Vallombrosa, alla quale furono soggette quelle di Soffena e Montescalari; Rosano, posta sotto il patronato guidingo; Coltibuono, fondata dai Firidolfi, oltre alla chiantigiana Passignano, che possedette numerosi beni in Valdarno.

Su questa fertile valle ricca di frumento mise ben presto gli occhi la città di Firenze, che necessitava di sicure fonti di approvvigionamento alimentare per sfamare la numerosa popolazione cittadina. La chiusa dell’Incisa, porta d’accesso alla vallata fiorentina, fu ben presto posta sotto il controllo fiorentino e fortificata nel 1223 con l’erezione di una rocca «a guisa di battifolle» – al dire di Repetti – «per tenere a freno i Pazzi, gli Ubertini di Gaville, i Ricasoli ed altri nobili di contado nel Val d’Arno superiore», ma anche e soprattutto le milizie belligeranti dirette su Firenze. Sulla sponda opposta dell’Arno si stendeva il territorio della Lega di Cascia, alla quale Incisa venne accorpata nel XV secolo per dar vita a un’unica Podesteria. Le insegne delle due Leghe sono ben attestate attraverso sigilli riferibili ai secoli XIV-XV. Quella di Ancisa – denominazione in uso fino alla metà del XIX secolo – mostra una branca di leone trafitta da una freccia; insegna chiaramente parlante, in quanto ancisa è una forma verbale arcaica col senso di recisa, ferita (1). Nell’insegna di Cascia è raffigurato un orso passante, sormontato da uno scudetto con la croce del Popolo fiorentino (2); l’orso, rimasto nel tempo figura identificativa della località, è una chiara allusione al paesaggio silvestre delle pendici del Pratomagno.

 

 

Incisa a parte, che a causa della posizione strategica fa storia a sé, il territorio in oggetto ben evidenzia il fenomeno dello spostamento a valle delle popolazioni insediate nei castelli d’altura. Ne è un esempio precoce Figline, che si giovò della sua posizione al centro delle comunicazioni con Firenze, Arezzo, il Chianti e il Casentino, sviluppando fin dal XIII secolo un attivo mercatale nel fondovalle, che costituì un polo di importanza regionale per il commercio del frumento. La sua rapida espansione fece ben presto decadere il castello in collina, attraendo al tempo stesso popolazione dai suoi contorni. Anche il vescovo di Fiesole, costretto ad abbandonare la propria sede dopo la conquista fiorentina (1125) mise ben presto gli occhi sulla prospera cittadina, con l’intenzione di farne la nuova sede vescovile. Intenzione stroncata sul nascere nel 1175 dai fiorentini che, armi in pugno, rasero al suolo quel che rimaneva del vecchio castrum, pieve compresa, obbligando al tempo stesso il vescovo fiesolano a risiedere in Firenze. Posto ben presto sotto il controllo fiorentino, attorno alla metà del XIV secolo il grosso borgo venne dotato di una cinta muraria, tuttora esistente. Figline alzò come insegna un Troncato di rosso e d’argento, al leone dell’uno nell’altro, che i blasonari assegnano al castrum (1). La Podesteria fece invece uso di una figura che ben marcava la presenza della Dominante, costituita da un leone che alza il vessillo del Popolo fiorentino (2).

Anche Montevarchi prese origine da un castrum attestato fin dal 1079 tra i possessi dei Guidi, che nel corso del XIII secolo promossero la fondazione dell’attuale borgo in pianura. Ruggieri, uno dei figli di Guido Guerra III, fu capostipite del ramo detto da Montevarchi, ma dopo il suo prematuro decesso, nel 1254 i fratelli vendettero a Firenze il nuovo insediamento. L’insegna di Montevarchi, attestata fin dal XIV secolo, è costituita da un monte di sei cime verdi (o azzurre) in campo rosso, chiaramente parlante, del quale esiste un notevole esemplare robbiano in maiolica invetriata, ampliato dal Capo d’Angiò, conservato nel museo della collegiata di San Lorenzo (3). Il varco cui fa riferimento il toponimo viene fatto risalire alla localizzazione dell’originario castello, che si trovava al confine tra le diocesi di Fiesole e Arezzo, segnato dal torrente eloquentemente detto della Dogana.

 

 

Dopo essersi imposta su Arezzo a Campaldino (1289), la stessa Firenze promosse nel fondovalle valdarnese una decisa azione di accentramento della popolazione, tramite la fondazione delle Terre nuove di Castel San Giovanni, Castel Franco e Castel Santa Maria (in seguito detta semplicemente Terranuova); una quarta Terra, quella di Tartigliese, rimase invece nelle intenzioni. Un fenomeno, quello delle Terre nuove fiorentine, che – citando Paolo Pirillo – mirava ad assicurare «la ridistribuzione della popolazione all’interno delle rispettive aree di competenza; la razionalizzazione della rete dei mercati a livello dell’area fiorentina; la messa in sicurezza, grazie alla loro presenza, del sistema viario gravitante tra i margini del contado e Firenze; la valorizzazione delle aree incolte; l’attraente alternativa ai contermini territori di dominio signorile, con la loro progressiva crisi ottenuta dal drenaggio di popolazione».

Fin dalla metà dal XIV secolo San Giovanni fu posto al centro del potere fiorentino sull’intera valle, con l’istituzione della Lega (in seguito Podesteria) di San Giovanni in Altura e ancor più nel 1408, quando venne istituito il Vicariato del Valdarno di Sopra, che estendeva la propria giurisdizione anche sulla Valdambra, parte del Chianti e del circondario fiorentino. San Giovanni alzava per insegna la figura del santo patrono eponimo, nel campo bianco (1). Castelfranco (di Sopra) alzava per insegna un leone d’argento in campo rosso che alza il vessillo del Popolo fiorentino, e tiene con la branca posteriore un ramo fronzuto e fogliato di verde (2). Meno definita l’insegna di Terranuova; in un codice del 1662, per mano di Stefano Rosselli, si legge che «questo Castello ha per insegna un Santo, che pare un S. Paolo» (3), mentre secondo il coevo Cecchi «Terra Nuova tiene per insegna una Madonna a sedere col bambino Nostro Signore in collo», in riferimento all’originaria denominazione di Castel Santa Maria. La maggior parte delle attestazioni mostrano tuttavia il solito leone che alza il vessillo del Popolo fiorentino, insegna politica che si rileva con frequenza nelle zone di confine o di recente acquisizione al dominio fiorentino, a rimarcare attraverso un immediato impatto visivo la presenza della Dominate.

 

 

Come sopra accennato, molte delle insegne di Leghe e Podesterie soggette al Vicariato del Valdarno (circa il 50%) portavano come figura principale il leone, chiaro riferimento al totemico Marzocco fiorentino. Tra queste Rignano (1): leone nero in campo argento accostato da una stella, riferimento parlante ai pivieri di san Leolino e Miransù; Avane (2): leone in campo oro fiancheggiato di nero; Laterina (3): leone sostenuto da un monte di sei cime, parlante in riferimento all’originario castello di Monteleone; Bucine (4): leone che tiene una buccina, corno musicale parlante. Figure diverse alzavano invece Montegonzi (5): chiavi di san Pietro sormontate da un monte di sei cime; e Loro (6): una figura parlante costituita da rami di lauro nascenti dai fianchi di un monte di sei cime.

 

 

Degno di nota un sigillo della fine XIII secolo, attribuito a una «Lega di Montevarchi, San Giovanni e (territori) associati», che testimonia la presenza di una aggregazione territoriale più vasta ben prima dell’istituzione del Vicariato (1408). Mostra l’immagine di un leone rampante in un campo seminato di gigli, ampliato dal Capo d’Angiò (1). Lascia invece non poche perplessità l’insegna del Vicariato del Valdarno, attestata da un’unica fonte, peraltro tarda: D’argento, al leone di rosso tenente il martello di ferro (2).

 

 

Oggi il Valdarno Superiore è una zona densamente urbanizzata nel fondovalle, ma ancora bucolica e silvestre nelle zone più rilevate. Al momento dell’Unità d’Italia il territorio della valle era diviso tra sedici Comuni: Bucine, Castelfranco di Sopra, Castiglion Ubertini, Cavriglia, Due Comuni di Laterina (dal 1865 Castiglion Fibocchi), Laterina, Loro (Ciuffenna), Montevarchi, Pian di Scò, San Giovanni (Valdarno), Terranuova (Bracciolini), Valdambra (dal 1865 Pergine Valdarno) in Provincia di Arezzo; Figline (Valdarno), Incisa (Valdarno), Reggello, Rignano (sull’Arno) in Provincia di Firenze; i determinativi tra parentesi furono aggiunti alla denominazione ufficiale nel 1865.

I Comuni sono oggi ridotti a dodici a seguito di successivi accorpamenti. Il comunello di Castiglion Ubertini venne annesso a Terranuova Bracciolini nel 1868; più recenti gli accorpamenti che hanno dato vita ai comuni di Castelfranco Pian di Scò, Figline Incisa Valdarno (1° gennaio 2014) e Laterina Pergine Valdarno (1° gennaio 2018).

 

 

Nota e disegni a cura di Michele Turchi

 

Bibliografia

– E. Repetti, Dizionario Geografico, Fisico, Storico della Toscana, Firenze 1833-46.

– L. Passerini, Le armi dei Municipj Toscani, Firenze 1864.

– E. Fasano Guarini, Lo stato mediceo di Cosimo I, Firenze 1973.

– L. Borgia, Gli stemmi del Palazzo d’Arnolfo di San Giovanni Valdarno, Firenze 1986.

– L. Borgia, Introduzione allo studio dell’araldica civica italiana con particolare riferimento alla Toscana, in Gli stemmi dei Comuni Toscani al 1860, a cura di G.P. Pagnini, Firenze 1991.

– G. Cherubini, Fra Tevere, Arno e Appennino. Valli, comunità, signori, Firenze 1992.

Lontano dalle città. Il Valdarno di Sopra nei secoli XII-XIII, a cura di P. Pirillo, Roma 2005.

– V. Favini, A. Savorelli, Segni di Toscana, Firenze 2006.

– P. Pirillo, Forme e strutture del popolamento del contado fiorentino, II, Gli insediamenti fortificati (1280-1380), Firenze 2008.

– C. Fabbri, La Podesteria di Terranuova, 1376-1773. Sulle tracce di un palazzo perduto, Montevarchi 2017.

Legenda: Stemma, Gonfalone, Bandiera, Città, Sigillo, Altro,