Romagna Toscana


Informazioni

Il geografo Emanuele Repetti, che scriveva nel 1833, chiamava Romagna Granducale «tutta quella porzione della sinistra costa dell’Appennino che acquapende nelle Valli del Savio, del Bidente, dei Rabbi, del Montone, del Tramazzo, del Marzeno, del Lamone, del Senio e del Santerno». Fin dal XIII secolo la Repubblica fiorentina profuse energie e risorse per la difesa dei priori confini settentrionali, naturalmente segnati dalla catena appenninica. Qui nel pieno Medioevo ebbero i propri domini potenti casate di stirpe feudale, in particolar modo i Guidi, che fin dal X secolo avevano acquisito per matrimonio il titolo di conti di Modigliana (1), e gli Ubaldini attestati nell’Alto Mugello. I fiorentini trovarono tuttavia preziosi alleati nella minore aristocrazia, quali i conti di Calboli (2) e, sia pure occasionalmente i Pagani di Susinana (3).

 

 

Dopo la conquista di Montaccianico, forte avamposto mugellano degli Ubaldini [v. la voce Mugello], Firenze fondò sui due versanti appenninici, lungo la via per Bologna, le Terre nuove di Scarperia (1306) e Firenzuola (1332) nella valle del Santerno, in merito alla quale il cronista Giovanni Villani ricorda come egli stesso ne avesse proposto il nome, affinché il «Comune di Firenze ne caglia e abbiala cara, a’ tempi aversi di guerra che possono avenire» (XI, 200).

A breve termine vennero sottomessi all’autorità fiorentina le terre e castelli di Portico (1341), Palazzuolo sul Senio (1363), Modigliana (1377), la contea di Calboli (1382), Castrocaro (1403), Dovadola e Piancaldoli (1405), e altre nel corso di tutto il XV secolo. La sottomissione di «questa non indifferente estensione di paese – scrive ancora Repetti – fu ottenuta in gran parte mediante imperiali concessioni, dalle Badie Camaldolensi del Trivio, di Bagno e di Verghereto, da quelle Cisterciensi di Galeata, di S. Maria in Cosmedin e di S. Benedetto in Alpe, o dal priorato Camaldolense della Cella di S. Alberico, e innanzi tutto dai conti rurali di Valbona, di Sarsina, di Bertinoro e di Forlì». Sta di fatto che fin dal 1386 è documentata l’esistenza di un Capitanes province Florentine in partibus Romandiole con funzioni civili e probabilmente militari, per difendere i confini dalle potenti consorterie romagnole degli Ordelaffi di Forlì (1), dei da Polenta di Ravenna (2) e dei Malatesta di Rimini (3).

 

 

Con l’avvento del principato mediceo, Cosimo I pose particolare cura nella difesa dei confini dello Stato toscano, promuovendo la costruzione di fortezze e fondando nuove città di frontiera. Tra queste, presso Castrocaro e a pochi chilometri da Forlì, l’8 dicembre 1564 venne posta la prima pietra per la nuova città-fortezza di Terra del Sole, che già nel 1579 fu eretta a capoluogo della Romagna Fiorentina, accogliendo nei suoi palazzi tutte le autorità in precedenza insediate a Castrocaro. Secondo la tradizione il nome sarebbe stato ispirato dall’improvvisa comparsa di uno spiraglio di sole che, rompendo la fitta coltre di nebbia dicembrina, avrebbe illuminato la cerimonia della posa della prima pietra, quasi si trattasse di una benedizione divina.

La parte più occidentale della Romagna Toscana, la prima a essere sottomessa a Firenze, era amministrativamente divisa tra il Vicariato di Firenzuola e il Capitanato di Marradi e Palazzuolo, con l’ufficiale fiorentino che risedeva sei mesi nella prima località e sei mesi nell’altra.

Dello stemma di Firenzuola (1) si ha menzione fin dalla sua fondazione (1332), quando gli ufficiali fiorentini che vi erano preposti «per più aumentare e favorare il suo stato e potenza le diedono per insegna e gonfalone mezza l’arme del Comune, e mezza quella del popolo di Firenze» (Villani, XI, 200).

Dell’insegna di Marradi (2), nella valle del Lamone, si trova attestazione in un sigillo riferibile alla metà del XV secolo, che mostra un castello turrito accostato da un leone che tiene nella branca il giglio fiorentino; la leggenda recita «Hoc Est S[igillum] Comunis Marradi»; i blasonari più attendibili documentano il castello al naturale, leone argento e giglio oro nel campo rosso.

La maggior parte delle fonti illustrate documentano invece l’insegna del Capitanato di Marradi e Palazzuolo (3), che presenta uno scudo partito: nella prima metà si identifica una versione semplificata dello stemma degli Orsini, in ricordo del matrimonio di Francesca, figlia di quel Maghinardo ricordato da Dante (Inf., XXVII, 49-51), con Francesco di quella casata. Nella seconda metà, suggerisce Gian Piero Pagnini, «predominano i colori oro e azzurro a ricordo dei Manfredi ultimi dinasti di Marradi».

 

 

La Romagna Toscana (1) ebbe una propria insegna, della quale si trova attestazione monumentale nei lacunari vasariani del soffitto del Salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio a Firenze; vi si trova rappresentato uno scudo bianco con una croce rossa, aumentato dal Capo d’Angiò. Si tratta di un caso non troppo frequente nell’ambito dei compartimenti amministrativi del Contado e del Distretto fiorentino, che in genere alzavano il vessillo del centro che ne era capoluogo. 

Castrocaro (2), sede originaria di un vasto Capitanato che comprendeva gran parte della zona in oggetto, portava un’insegna parlante costituita da un castrone d’argento in campo rosso. Nel 1579 subentrò come capoluogo la città-fortezza di Terra del Sole (3), l’insegna della quale, anch’essa chiaramente parlante, portava un sole raggiante figurato d’oro in campo azzurro.

 

 

Risalendo la valle del fiume Montone troviamo Dovadola (1), sede di Podesteria che adottò per insegna il ponte che ne attraversa il corso. Le attestazioni note non concordano sul numero delle arcate (da due a quattro) e sul numero delle torri che lo difendono: in genere una accostata da due gigli, occasionalmente due o tre.

Più a monte si trova Rocca San Casciano (2), castello che il conte Francesco di Calboli, morto nel 1382 senza eredi, lasciò per testamento in eredità a Firenze. Ebbe per insegna, che tuttora conserva, un castello munito di tre torri in campo rosso.

La parte più alta della valle del Montone costituiva la Podesteria di Portico (3), che portava uno scudo rosso (o d’argento) con un albero al naturale – variamente descritto come un pino, un olmo o una quercia – che a volte si trova sormontato da un crescente montante, segno caratterizzante l’arme dei conti di Giaggiuolo, che nel Medioevo ebbero vasti possedimenti in terra romagnola.

 

 

Nell’adiacente valle del Tramazzo-Marzeno si trova Modigliana (1), la cui arme, come scriveva Passerini «era il porco nero, cinghiato di argento, rampicante nel campo azzurro, col capo d’Anjou: ed alludeva al traffico di questi animali, principalissima e grande risorsa di quel luogo fino dai tempi andati».

Più a monte nella stessa vallata si incontra Tredozio (2), che ebbe per stemma un leone alludente al Marzocco fiorentino, che alzava il vessillo crociato del Popolo di Firenze. Si tratta di un’arme che, con minime differenze negli smalti e nelle figure accessorie, accomunava molte sedi di Podesteria del Contado e del Distretto fiorentino, in genere di minore importanza e spesso in territori di confine.

Premilcuore (3), nella valle del Rabbi, alzava un’arme parlante – attestata in un sigillo – che costituisce un vero e proprio rebus: un braccio nudo (destrocherio) che stringe nella mano un cuore, sormontato da un giglio d’oro.

 

 

Nella valle del Ronco, al centro della Romagna Toscana, si trova Galeata (1), la cui insegna – una galea con vela spiegata e vessillo del Popolo fiorentino – può sembrate del tutto fuori luogo per un comune sulle falde dell’Appennino, ma che costituisce un riferimento parlante del tutto in linea con le consuetudini dell’araldica.

Più a oriente, nella valle del Savio, si estendeva il Capitanato di Val di Bagno (2) con sede a San Piero in Bagno, borgo fortificato di fondazione guidinga, venuto in possesso di Firenze dal 1405. Nella sua insegna campeggia la figura del patrono locale, san Pietro, rappresentato in piedi nel campo d’argento con l’attributo delle chiavi nella mano destra.

Infine Verghereto (3), piccolo castello presso le sorgenti del Tevere, sede di un piccolo vicariato dipendente da Pieve Santo Stefano. Lo stemma rappresenta un braccio vestito di rosso (destrocherio) sostenente una clava – con evidente allusione parlantealla verga – accostata da due gigli d’oro e sormontata dal Capo d’Angiò.

Per completezza resta da dire che dell’insegna di Sorbano, sede di un altro piccolo vicariato, non resta nessuna attestazione di epoca granducale.

 

 

Al tempo dell’Unità d’Italia la Romagna Toscana era suddivisa in quindici Comuni: Bagno di Romagna, Dovadola, Firenzuola, Galeata, Marradi, Modigliana, Palazzuolo, Portico, Premilcuore, Rocca San Casciano, Santa Sofia, Sorbano, Terra del Sole, Tredozio, Verghereto. Nel 1865, con l’istituzione delle Province, l’intero territorio venne assegnato a quella di Firenze; venne tuttavia suddiviso tra il circondario del Capoluogo, al quale vennero assegnati i Comuni di Firenzuola, Marradi e Palazzuolo – che contestualmente assunse il determinativo “sul Senio” per distinguersi dalle località omonime esistenti nel Regno – e il circondario di Rocca San Casciano, che aggregava gli altri dodici comuni.

Nel 1923, nell’ambito di un vasto riassetto amministrativo, il capo del governo Benito Mussolini – nato a Predappio, nel forlivese – riunì l’intero circondario di Rocca San Casciano alla Provincia di Forlì, in modo che le sorgenti del Tevere, il fiume di Roma, fossero ricomprese nella sua terra natale. L’annessione venne resa esecutiva con Regio Decreto del 4 marzo 1923 n. 544. I Comuni di Firenzuola, Marradi e
Palazzuolo sul Senio rimasero invece aggregati alla Provincia di Firenze, nell’ambito della quale costituiscono oggi il territorio dell’Alto Mugello.

Il Comune di Terra del Sole assunse nel 1872 la denominazione di Terra del Sole e Castrocaro, modificata nel 1925 in Castrocaro e Terra del Sole, fino all’assunzione di quella attuale di Castrocaro Terme e Terra del Sole, acquisita nel 1962. Anche il Comune di Portico è oggi denominato Portico e San Benedetto, a ricordare le due antiche entità comunali che fin dal 1775 si erano unite per motivi economici e amministrativi. Nel 1964, infine, si registra la soppressione del Comune di Sarsina, ora accorpato a quello limitrofo di Sorbano, del quale costituisce ora una frazione.

 

Nota e disegni a cura di Michele Turchi

 

Bibliografia

– G. Villani, Nuova Cronica, (ed. a cura di G. Porta), Parma 1991 (XI, 200).

– E. Repetti, Dizionario Geografico, Fisico, Storico della Toscana, Firenze 1833-46.

– L. Passerini, Le armi dei Municipj Toscani, Firenze 1864.

– E. Fasano Guarini. Alla periferia del Granducato Mediceo, in «Studi Romagnoli», anno XIX, 1968.

– L. Borgia, Introduzione allo studio dell’araldica civica italiana con particolare riferimento alla Toscana, in Gli stemmi dei Comuni Toscani al 1860, a cura di G.P. Pagnini, Firenze 1991.

– G. Cherubini, Fra Tevere, Arno e Appennino. Valli, comunità, signori, Firenze 1992.

– V. Favini, A. Savorelli, Segni di Toscana, Firenze 2006.

– https://archiviostoricoromagnatoscana.blogspot.com/p/la-romagna-toscana.html

Legenda: Stemma, Gonfalone, Bandiera, Città, Sigillo, Altro,