Comune di Piansano (VT)

Informazioni

  • Codice Catastale: G571
  • Codice Istat:
  • CAP: 0
  • Numero abitanti: 2189
  • Altitudine: 0
  • Superficie: 0
  • Prefisso telefonico: 0
  • Distanza capoluogo: 0.0
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Storia dello stemma e del comune

Il Comune di Piansano è erede dell’antico Vico Plautiano, documentato nei registri dell’XI secolo dell’Abbazia del Santo Salvatore al Monte Amiata, un piccolo agglomerato di case sorte intorno al fondo di tale Plotio o Plauto, presso la Via Clodia.

Nota nel Medioevo come Plautiano (in un atto dell’anno 845 si legge che il diacono Ildiprando, del monastero di San Salvatore sempre sul monte Amiata,  donò a un tale Liuto, terre e case in fundo et vicu Plautjanu) un piccolo villaggio del Patrimonio di San Pietro nella Tuscia, che si svilupperà in  castrum, o borgo fortificato, di cui resta traccia in un piccolo tratto di muro appartenente all’antica rocca de XII secolo.

Nel 1150 era soggetto ai conti di Vetralla che cederanno metà del loro possedimento al Comune di Viterbo. Nel XIII secolo ne diverranno feudatari i conti di Bisenzo che, nel 1305, dichiaratamente ghibellini, si dettero a scorrerie di ogni tipo nei territori papali, approfittando dell’assenza dei pontefici trasferitisi ad Avignone. Col rietro dei pontefici a Roma, furono duramente puniti e dovettero consegnare le chiavi del castello, scomparendo così per sempre dalla storia di Piansano.

Dopo alterne vicende, passando di mano in mani a diversi feudatari, nel 1537 il borgo passò nelle mani di Pier Luigi Farnese, primo Duca di Castro. Il cardinale Alessandro (nipote papa di Paolo III) si prese cura dei centri di Piansano, Arlena, Tessennano dove furono incoraggiate a trasferirsi numerose famiglie provenienti dalla Toscana e dall’Umbria. Ad esse veniva concesso, dietro pagamento di un minimo dazio, un terreno disboscato, pronto per essere coltivato o lasciato al pascolo, e si accordava la possibilità di costruirvi la propria abitazione.

Nel Novembre del 1649, al termine di una lunga guerra, Papa Innocenzo X ordinò la distruzione di Castro, capitale del ducato Farnesiano, annettendo allo Stato della Chiesa ogni terra ne avesse fatto parte. Il territorio espropriato venne affittato ad appaltatori scelti dalla Santa Sede, incaricati all’amministrazione dei terreni per periodi di nove anni; il risultato fu una crescente condizione di degrado e povertà che interessò tutti i paesi dell’ex ducato. Gli appaltatori agivano infatti nella cura dei propri interessi, non adoperandosi a incentivare la produzione agricola, al contrario ancorando i centri ad un economia stagnante, in cui erano quasi aboliti gli scambi e moltiplicati i vincoli; era proibito coltivare o pascolare bestiame al di fuori delle terre un tempo del ducato, non si poteva costruire e si lavorava sotto il controllo dei soldati, al sostentamento dei quali erano gli stessi abitanti a provvedere obbligatoriamente: ogni disobbedienza era infatti punita con la confisca dei beni. Tale situazione si protrasse per tutto il XVIII secolo, accompagnando molti centri lungo la via della decadenza. […] Sul volgere del XVIII sec., la salita al soglio pontificio di Pio VI risollevò le sorti dei possedimenti dell’ex ducato; per volere del papa, all’affitto novennale delle terre si sostituì il sistema delle castellanie: l’intero territorio, troppo esteso per essere controllato e adeguatamente sfruttato, fu frazionato e ciascuna porzione, o castellania, concessa in enfiteusi a nuovi proprietari. In concomitanza di ciò vennero aboliti tutti quei divieti e monopoli, che negli ultimi anni avevano oppresso l’economia locale e vennero concesse porzioni di terra alle famiglie piu numerose; fu un primo passo verso l’affermazione della proprietà privata”.

Nel 1790 papa Pio VI concesse la castellania di Piansano al conte Alessandro Cardelli, al quale seguì nel 1808 il principe polacco Stanisław  Poniatowski, che lo rivendette al conte Giuseppe Cini di Roma nel 1822, al quale subentrò nel 1897 il Monte dei Paschi di Siena, che se lo aggiudicò all’asta. Nel 1909 venne venduto a diversi acquirenti fino all’esproprio da parte dell’Opera Nazionale Combattenti, che l’assegnò ai reduci della Grande Guerra.

Dal medioevo fino al tutto il ‘700 ad amministrare i piccoli comuni della Tuscia sono i podestà. Il podestà è di norma uno straniero ed il suo ufficio è temporaneo; si occupa di amministrare la giustizia per le cause criminali e civili e gli sono demandate le decisioni consiliari quale capo supremo del potere esecutivo. Nel 1796 le armate Napoleoniche, entrate in italia, conquistano anche lo Stato Pontificio; durante la prima parentesi francese vengono stravolte le amministrazioni comunali e a capo del comune viene posto un edile. Nel 1800 il nuovo pontefice Pio VII riprende possesso delle terre del Patrimonio di San Pietro, consegnategli dagli eserciti napoletano ed austriaco. Vengono introdotte delle riforme nel sistema della pubblica amministrazione dello stato ecclesiastico e i comuni vengono posti alle dipendenze del Delegato Apostolico. Con il decreto Napoleonico del 17 maggio 1809, Lazio ed Umbria vengono annesse all’Impero Francese. I comuni furono da allora amministradi da un maire(sindaco), che durava in carica 5 anni ed era scelto tra i maggiorenti del paese. Nel luglio del 1815, a seguito delle deliberazioni del congresso di Vienna, gli antichi territori della Chiesa vengono restituiti al Papa Pio VII. Con il provvedimento motu proprio del 6 Luglio 1816, viene riorganizzata la pubblica amministrazione: il consiglio comunale diventa di nomina governativa e vitalizia; i consiglieri devono essere originari del luogo e appartenere a determinate categorie di cittadini (possidenti terrieri, capi delle arti, commercianti ecc..). La carica di gonfaloniere, corrispondente all’attuale sindaco, è ricoperta da un cittadino eletto direttamente dalla Segreteria di Stato.

Nel 1824 Papa Leone XII diede avvio ad una nuova riforma (con motu proprio), nella quale si stabiliva che il consiglio comunale fosse composto per metà dal ceto nobile e per metà dai cittadini e che la carica di consigliere fosse, oltre che vitalizia, anche ereditaria. Si andava così rafforzando il potere della piccola nobiltà legata all’autorità pontificia
”.

Lo stemma del Comune mostra, in campo azzurro, due colline erbose dalle quali germogliano due pampini di vite con grappoli pendenti, riferimento alla coltivazione viticola, un tempo molto diffusa nel territorio (ma oggi pressoché scomparsa). In alto domina un giglio oro tipico riferimento per i territori che storicamente sono legati alla dinastia Farnese (adottato, come in altri casi, secondo il noto processo di inversione dei colori per differenziarsi dall’emblema famigliare, avendo Farnese campo d’oro e gigli azzurri).

Con l’istituzione della Provincia di Viterbo con RD n.1 del 2 gennaio 1927, Piabsano ne entrò a far parte, togliendone il territorio alla Provincia di Roma.



Nota di Massimo Ghirardi

Bibliografia:

http://www.comune.piansano.vt.it/index.php?T1=5
http://www.infoviterbo.it/provincia-di-viterbo/piansano.html
Profilo Araldico
Due colline con pampini di uva e grappoli pendenti. dallo statuto comunale
Stemma ridisegnato

Disegnato da: Massimo Ghirardi

Reperito da: Anna Bertola

Stemma Ufficiale
Altre Immagini



Colori dello scudo: azzurro
Profilo Araldico
“Drappo tagliato di bianco e di rosso…”
Gonfalone ridisegnato

Disegnato da: Bruno Fracasso

Gonfalone Ufficiale
Altre Immagini
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Colori del gonfalone: bianco, rosso
Partizioni del gonfalone: tagliato

Legenda: Stemma, Gonfalone, Bandiera, Città, Sigillo, Altro,

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