Copta (croce)

vedi alla voce Croce.

Copto

“egizio”. Derivato dal greco “Aighýptios” poi corrotto in “Gyptios” (da cui anche l’inglese “gipsy”).

Cordata

attributo dell’ancora quando è provvista di gomena.

Cordato

attributo dell’arco, della balestra e degli strumenti a corda quando il colore delle corde è diverso dal resto.

Cordelliera (o Cordigliera, anche “Laccio d’Amore”)

sorta di collana formata da due cordoni di seta bicolore moventi dalla corona e attorcigliati intorno allo scudo, svolazzanti e fioccati. Le donne sposate circondano le proprie armi con una cordigliera annodata sotto la punta dello scudo, quelle nubili o vedove con una sciolta.
Le principesse (e la regina) di Savoia portano la cordelliera composta di seta bianca/argento e azzurra (la Regina Reggente sostituiva la cordelliera con la Gran Collana dell’Ordine Supremo dell’Annunziata). Le donne nobili di seta/argento.

Cordigliera

sinonimo di Cordelliera.

Contromerlato

pezza merlata dalle due parti e con i merli scambiati. Cfr. Doppio Merlato.

Contrainnestato (e Contrinnestato)

pezzo con un doppio contorno ad onde contarianti. Cfr. Innestato.

Contropalato

palato sul quale passa una linea secante orizzontale e con i semipali con gli smalti scambiati, cioè dell’uno all’altro.

Contrainquartato (e Contrinquartato)

uno scudo inquartato, con uno o più quarti nuovamente inquartati; oppure scudo inquartato con bordatura inquartata a smalti scambiati.

Contropassante

animali posti uno sull’altro ma alternatamente rivoltati (uno destra e uno a sinistra…).

Contramerlato

pezza merlata su due lati, con i merli alternati (se corrispondenti si dice doppiomerlato).

Controsbarrato

sbarrato su quale passa una linea secante diagonale in banda e con le semisbarre con gli smalti scambiati, cioè dell’uno all’altro.

Contrapalato

scudo troncato, o trinciato, o tagliato o inquartato in croce si S. Andrea con i pali contrapposti di smalto diverso.

Controscaglionato

scaglione partito con gli smalti scambiati.

Contrapassanti

quando due animali sono posti uno sopra l’altro incamminati l’uno verso destra e l’altro verso sinistra.

Contrapposto

vedi Appuntato, Riscontro.

Contrarampanti (e Controrampanti)

di coppie di animali ritti sulle zampe posteriori e appoggiati ad una figura (albero, torre…).

Contrarmellino (e Contrermellino)

disegno di ermellino, ma con il campo nero e le moscature d’argento.

Contrasbarrato

quando le sbarre sembrano tagliate a metà, opponendosi a ciascuna metà la metà del colore opposto.

Contrascaccato

è un fasciato avente la bordura doppio scaccata dei due smalti alternati.

Contrassegno (di Dignità)

sono sempre figure esterne allo scudo, possono essere Ecclesiastici (cappello, bastone, pastorale, mitra, croce, tiara, chiavi di San Pietro), Civili, Militari (figure allegoriche, mazza di Maresciallo, elmo, spade, berrette…).

Contravajato

quando la forma è la stessa del contravajo, ma i pezzi (“campanelli”) sono di colore differente dalla coppia argento e azzurro.

Contravajo

pelliccia, nella quale i pezzi caratteristici del vajo, anziché essere alternati sono insieme riuniti nelle loro basi, in modo che l’argento sia contrapposto all’argento e l’azzurro all’azzurro.

Controbandato

bandato su quale passa una linea secante diagonale in sbarra e con le semibande con gli smalti scambiati, cioè dell’uno all’altro.

Controfasciato

fasciato sul quale passa una linea secante verticale sbarra e con le semifasce con gli smalti scambiati, cioè dell’uno all’altro.

Cometa

stella solitamente di cinque raggi munita di coda di luce in palo, si dice caudata di… quando la coda è di smalto diverso. Si blasona secondo la direzione della coda in banda, in fascia, in sbarra. Meglio indicare il numero dei raggi, soprattutto se in numero superiore a cinque.

Contrafiletto

filetto in sbarra; sbarra ridotta alla quinta parte della sua ordinaria larghezza, anche contrabastone, era simbolo di bastardigia. Cfr. Filetto.

Compasso (anche Sesto)

strumento del geometra e dell’architetto, si rappresenta sempre aperto (cioè con le punte allargate).

Composto

1) si dice delle armi quando lo scudo è diviso in vari campi (è cioè troncato, partito, trinciato, etc.). 2) delle armi quando sono ottenute con diverse armi riunite insieme. 3) Delle pezze (bordure, fasce, croci, bande, pali, sbarre…) quando sono formate da quadretti (o scacchi) alternati di vario colore in una sola fila.

Comune

suddivisione territoriale dello Stato, comprendente un centro abitato principale (capoluogo) sede del Municipio e il territorio immediatamente circostante, retto da propri organi amministrativi. 2) nel Medioevo (XI-XIV secolo) forma di autogoverno delle città attraverso la quale le città si affrancarono dalla soggezione feudale. Vedi Popolo, Arengo, Municipio.

Comunità (Armi di)

sono le armi di Comuni, Città, Province, Corporazioni, Confraternite, Misericordie, Società, Comunità Montane e Isolane, Unioni di Comuni…

Concavo

di pezza o figura piegata in arco con la curva verso il basso, rassomigliante una conca. Centrata con il centro verso il capo. Cfr. Convesso.

Concessione (Arme di)

1) pezze o figure ottenute in concessione dai regnanti, in ricompensa di qualche servigio o per grande distinzione. Chi le ottiene, di norma, le aggiunge alle proprie e le dispone con precedenza a queste ultime. 2) Atto formale con il quale un’Autorità competente permette l’uso di un emblema araldico. In Italia attualmente è il Presidente della Repubblica che concede l’uso di uno stemma (attraverso Decreto Presidenziale) ad un Ente Amministrativo Territoriale, tra le uniche forme di Araldica riconosciute dalla Repubblica Italiana. La Repubblica infatti non riconosce i titoli nobiliari (anche se non li ha formalmente aboliti). Per la Regione Autonoma della Valle d’Aosta e la Provincia Autonoma di Bolzano è la presidenza dei rispettivi Consigli Regionale e Provinciale che può concedere l’uso dello stemma. Il controllo dell’Araldica Civica è attualmente demandato (essendo abolita la Regia Consulta Permanente Araldica) solo all’ Ufficio del Cerimoniale, Onorificenze e Araldica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, a sua volta istituito dal Decreto del re Umberto I il 2 luglio 1896 n. 313 e composto da studiosi e giuristi; questo ufficio ha anche il compito di stilare i decreti di concessione per stemmi (armi), gonfaloni, bandiere e sigilli (nonché di loro modifiche) che, per essere validi, devono essere promulgati dal Presidente della Repubblica. Per alcune Regioni a Statuto Speciale e Province Autonome, il riconoscimento o la concessione possono essere rilasciati (oltre, va da sé, che dal Presidente della Repubblica) anche dall’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio Regionale o Provinciale (come specificato nei rispettivi Statuti).
Esattamente si dovrebbe parlare di “concessione” vera e propria di un emblema quando questo viene attribuito per la prima volta ad un Ente (o viene concesso un simbolo diverso da quello preesistente) e ciò è prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica (salvi i casi più sopra citati); si parla di “riconoscimento” quando all’Ente richiedente viene approvato un simbolo già usato in precedenza (o concesso dall’autorità degli Stati precedenti l’Unità d’Italia), e quest’atto può essere anche attuato dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Dalla fine degli anni ’80 del Novecento non si procede più al “riconoscimento” ma alla sola “concessione”.
Si assiste tutt’ora ad un’accesa diatriba sulla “legittimità” delle concessioni antecedenti al 1861 giacché spesso contrastanti con la norma vigente: a rigore, essendo gli Stati pre-unitari legittimi nelle loro attribuzioni, esse devono ritenersi valide e l’Ente possessore non ne dovrebbe richiedere, a rigore, ulteriore concessione.
Per legge gli Statuti di Regioni, Province e Comuni devono fare comunque riferimento allo stemma adottato, anche se molti di questi regolamenti si limitano ad un accenno o al riferimento degli estremi del rilascio della concessione o riconoscimento (in questo modo garantendosi anche un certo spazio di manovra per modifiche grafiche che, pur mantenendo le figure e le composizioni, possono essere interpretati in stili più attuali, o supposti tali).
Attualmente sono molte le Città e i Comuni che non hanno formalmente riconosciuto il proprio emblema, pur utilizzato, mentre una significativa parte di piccoli Comuni italiani non possiede alcuno stemma.
Regione, Provincia e Comune sono Enti Amministrativi, mentre il titolo di “città” può essere concesso dal Presidente della Repubblica ai Comuni per episodi storici o per la presenza di insigni monumenti, o perché già riconosciuto in passato (ad esempio dagli Imperatori del Sacro Romano Impero o dai Papi). Per completezza è da dire che il Regolamento vigente attribuisce il titolo civico anche ai Comuni capoluogo di Provincia senza accennare ad una subordinazione alla formale concessione del titolo.
Il Decreto Legislativo 267/2000 “Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti Locali” (TUEL), all’art. 6 comma 2 stabilisce che: “…Lo Statuto [Comunale e Provinciale] stabilisce, altresì, i criteri generali in materia di organizzazione dell’Ente, le forme di collaborazione tra Comuni e province, della partecipazione popolare, del decentramento, dell’accesso dei cittadini alle informazioni e ai procedimenti amministrativi, lo stemma e il gonfalone e quanto ulteriormente previsto dal presente testo unico”.
Quindi, a partire dal 2000, i Comuni e le Province dovrebbero stabilire (riportandolo nello Statuto) quali siano i loro emblemi civici, senza previa concessione da parte del Presidente della Repubblica o riconoscimento (anche delle modifiche) da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri. Abrogando così i precedenti art. 31 del R.D. 651/1942 “Ordinamento dello stato nobiliare italiano” e art. 5 dell’ R.D. 652/1943 “Regolamento per la Consulta Araldica”.
In realtà l’Ufficio Onorificenze e Araldica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ribadito che sullo specifico della concessione ufficiale degli “emblemi civici” ai Comuni e alle Province bisogna fare riferimento alla procedura prevista dalla precedente legislazione. Come dimostrano le emissioni di Decreti di Concessione di questi ultimi anni.
“In conformità al R.D. 7 giugno 1943, n. 652 gli enti, territoriali e giuridici, che intendano conseguire ufficialmente emblemi araldici, debbono rivolgersi al Servizio Araldica pubblica nell’ambito dell’Ufficio Onorificenze e Araldica.
L’odierno ordinamento riconosce valore solamente agli emblemi araldici (stemmi, gonfaloni e bandiere) delle Regioni, delle Province, dei Comuni, delle Forze Armate, delle Università, degli Enti pubblici, degli Enti giuridici.
La concessione di essi, è disposta con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri.
L’istruttoria è curata dall’Ufficio che garantisce la congruità, la correttezza araldica e l’omogeneità dei criteri e della simbologia su tutto il territorio nazionale” (dal sito istituzionale).)
Nota: le Regioni non sono formalmente vincolate, non essendo ancora state create all’atto della stesura della regolamentazione del 1943.

Per quanto riguarda gli stemmi civici, per semplificare, abbiamo due tipologie di decreti:
Provvedimenti di grazia (concessione ex-novo di stemma, gonfalone, bandiera, sigillo…):
• Periodo monarchico: Regi Decreti/RD, Decreti Luogotenenziali/DLT.
• Periodo repubblicano: Decreti del Presidente della Repubblica/DPR.
Provvedimenti di giustizia (riconoscimento di stemma – o altro – in uso da più di 100 anni):
• Periodo monarchico: Decreti Ministeriali/DM (dal 1870 – all’inizio degli anni ’20 del XX sec.) e Decreti del Capo del Governo/DCG (dagli anni ’20 – al 1943)
• Periodo repubblicano: Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri/DPCM (l’ultimo sembra essere quello di San Nazzaro di Benevento dell’8 maggio 1963)
Con la Repubblica i riconoscimenti sono DPCM e concessioni presidenziali DPR.
Durante il periodo monarchico precedente all’Unità d’Italia le concessioni si ottenevano solo con regie Lettere Patenti/LL.PP. Vedi anche Bozzetto, Riconoscimento. Vedi anche Bozzetto.

Conchiglia (o Nicchio)

si tratta, di norma, della conchiglia di San Giacomo (Pecten Jacobeus). Si rappresenta orecchiuta nonché concava, se mostra la parte interna, convessa se mostra il dorso.

Conestabile (e Connestabile meno corretto Contestabile)

capo delle milizie dell’esercito. Deriva dal latino “Comes Stabuli” cioè ‘conte di stalla’, ufficiale responsabile delle scuderie imperiali.

Consorteria (in)

è un’espressione utilizzata per indicare due scudi accollati o i cui possessori siano un gentiluomo e una gentildonna maritati oppure due scudi legati per particolare concessione di dignità. Cfr. Accollato.

Conte

dal provenzale “conte” (“compagno di viaggio del re”); titolo nobiliare che deriva dal latino Comes (compagno), con significato di “compagno del Re” durante il Regno dei Franchi, avevano il compito di governare e controllare i territori soggetti. Nella gerarchia italiana, precede il Barone e segue il Marchese.
La corona normale di conte è composta da un cerchio d’oro, gemmato, cimato da 16 perle (nove visibili). Le perle possono essere sostenute da punte, oppure sostituite da quattro grosse perle (tre visibili) alternate a dodici piccole raccolte in gruppi di tre (poste accanto o a piramide, eventualmente sostenute da punte). Vedi anche Conte Palatino.

Conte Palatino

“conte di Palazzo” ministro e sommo dignitario del Re, Primo Ufficiale di Corte, sovrintendente del Tribunale del Regno. Uno dei più alti dignitari del Regno, superiore al Duca. Anche Siniscalco. Il titolo (raramente ereditario) era concesso dall’Imperatore o dal Papa e poteva essere dato anche a chi già possedeva un altro titolo. Nelle cerimonie aveva la precedenza su tutti i nobili. Il termine deriva dal latino “Comitem Palatinum” e ha originato anche “Paladino”.

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