Pio VII – Chiaramonti


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Pio VII – Chiaramonti

Informazioni

PIO VII, papa. – Barnaba Chiaramonti nacque a Cesena il 14 agosto 1742 dal conte Scipione e dalla contessa Giovanna Coronati Ghini. Per la carriera di Barnaba fu decisiva l’ascesa in Curia, poi l’ingresso nel S. Collegio (1773) e l’elezione pontificale (1775) del conterraneo Angelo Braschi-Pio VI.

Entrato a quattordici anni nell’ordine benedettino, Barnaba cominciò il suo noviziato il 2 ottobre 1756 in S. Maria del Monte; il 10 ottobre indossò l’abito di novizio e prese il nome di don Gregorio; infine, il 20 agosto 1758 pronunciò i voti nello stesso monastero. La formazione teologica del futuro papa si svolse fra Cesena, Padova e poi Roma; a essa seguirono quindici anni di insegnamento a Parma e Roma (1766-81). Venne trasferito da Cesena al monastero di S. Giustina a Padova, nella Repubblica di Venezia, dove rimase fino al 1763. A Padova approfondì le sue conoscenze del latino, del greco e dell’ebraico e venne avviato agli studi teologici in un clima spiccatamente giansenista e antigesuitico. Passato nel 1763 al collegio S. Anselmo di Roma, in seguito a segnalazione dei suoi maestri, don Gregorio vi completò la sua formazione teologica. Promosso nel 1766 docente di teologia nel monastero di S. Giovanni Evangelista a Parma, lasciò Roma per recarsi nella corte più ostile alle posizioni ecclesiologiche del papato dell’intera penisola.

Il benedettino fu richiamato a Roma in coincidenza con l’elevazione al soglio di Angelo Braschi (15 febbraio 1775). Pio VI eleva il suo compatriota alla sede della diocesi suburbicaria di Tivoli, nel corso del Concistoro dell’11 dicembre 1782. Si dimostrò un vescovo attento alle prescrizioni del Concilio di Trento, compì una visita pastorale ed entrò in conflitto con il rappresentante locale del S. Uffizio per difendere la propria giurisdizione episcopale. Il favore di Pio VI si manifestò in modo eclatante nel Concistoro del 14 febbraio 1785, quando elevò il suo protetto al S. Collegio e gli affidò la diocesi di Imola.

Il suo episcopato fu ben presto turbato dall’eco degli eventi rivoluzionari. Richiamato presso Pio VI per consultazioni, il cardinale Chiaramonti lasciò Imola il 7 gennaio 1793 e raggiunse Roma il 15 gennaio. Partecipò al Concistoro segreto del 17 giugno 1793, nel quale Pio VI pronunciò l’elogio funebre di Luigi XVI, assimilato di fatto a un martire della fede. Di ritorno nella sua diocesi, nella primavera del 1796 subì gli effetti dell’intervento militare francese in Italia. Imola fu occupata una prima volta il 22 giugno e il 28 giugno dovette versare ai vincitori un tributo di 61.000 scudi. Fautore di una politica di conciliazione, il vescovo di Imola, pur riuscendo a evitare il peggio alla sua città, si rivelò impotente a scongiurare la sollevazione della vicina Lugo e il sacco da parte dei francesi. Alla partenza dei francesi, il cardinale Chiaramonti celebrò il 6 agosto un Te Deum nella cattedrale.

Richiamato da Pio VI a Roma, dove giunse il 10 febbraio, il cardinale Chiaramonti assistette impotente al crollo militare e diplomatico dello Stato pontificio.

Il cardinale Chiaramonti, il 29 marzo 1797, ritrovò la sua sede episcopale occupata e ‘rivoluzionata’. La costituzione della Repubblica Cisalpina imponeva sia al clero sia all’insieme dei funzionari pubblici l’obbligo del giuramento di fedeltà al nuovo regime.

L’omelia del 25 dicembre 1797 (di fatto, antedatata di dieci giorni), testo capitale per la comprensione del futuro pontificato, deve essere interpretata al contempo come opera di circostanza e come tentativo di elaborazione di una teologia politica cristiana in epoca rivoluzionaria. Infatti, da un uomo che perseguì come linea costante del suo pontificato la restituzione degli Stati della Chiesa nella loro integralità, sia l’invasione francese del 1797 sia la ‘liberazione’ austro-russa del 1799 non potevano che essere considerate come usurpazioni del Patrimonio di S. Pietro, di cui gli imperscrutabili decreti della provvidenza imponevano di prendere atto.

Il 1° dicembre 1799 Chiaramonti entrò in conclave con gli altri prelati. Il conclave di Venezia si protrasse per centoquattro giorni e sui quarantasei porporati in vita solo trentacinque vi presero parte.

Il ‘partito’ Braschi si divideva quindi in una minoranza zelante e filoaustriaca che appoggiava la candidatura di Alessandro Mattei, arcivescovo di Ferrara, e una maggioranza ‘politica’, riunita intorno al debole cardinal nipote Romualdo Braschi-Onesti e sostenuta discretamente dalla Spagna, che caldeggiava la candidatura di Carlo Bellisomi, vescovo di Cesena. A quest’ultimo gruppo si aggregava il timido cardinale Chiaramonti. Il 19 febbraio i capi della maggioranza e della minoranza convennero sull’opportunità che fosse estraneo agli antagonismi politici interni alla Curia.

Il 12 marzo la candidatura del cardinale Chiaramonti, benedettino e vescovo di Imola, fu avanzata per la prima volta. Ma si scontrò con una serie di argomenti di ordine diverso: in primo luogo, le origini cesenati, il particolare attaccamento e addirittura la presunta parentela che univano il candidato al papa defunto e facevano temere un prolungamento invariato del pontificato precedente; inoltre l’età (cinquantotto anni), che riproponeva il rischio di un altro pontificato molto lungo; l’inesperienza politica e l’assenza di prospettive chiare sulle questioni più pressanti, ossia la restituzione degli Stati pontifici, occupati dall’Austria e da Napoli, e la realizzazione di una nuova intesa europea dopo la vittoria degli eserciti della coalizione e il colpo di Stato del generale Bonaparte, avvenuto il 9 novembre 1799, alla vigilia dell’apertura del conclave; da ultimo, le resistenze dell’interessato, di cui Consalvi riuscì ad avere ragione. A favore del candidato giocarono la sua mitezza di carattere e l’amabilità, la lunga e solida formazione teologica di benedettino, la sua dignità e fermezza come vescovo, la sua estraneità ai conflitti che dividevano la Curia. Il cardinale Ruffo, assecondato dal suo conclavista, l’abate Sparziani, e dal prosegretario del conclave Consalvi, si adoperò per convincere i cardinali del partito zelante ad accettare una candidatura di consenso, che ottenne agevolmente l’approvazione del cardinale Braschi e del suo ‘partito’.

Il 14 marzo 1800, all’unanimità dei voti, eccetto il suo, il cardinale Chiaramonti fu eletto papa e assunse il nome di Pio VII, in segno di riconoscenza e di fedeltà nei confronti del suo predecessore. Incoronato in S. Giorgio Maggiore il 21 marzo, Pio VII prese una serie di decisioni fondamentali per l’avvenire del suo pontificato.

Il 22 maggio inviò a Roma come legati i cardinali Albani, Roverella e Della Somaglia per ristabilire il governo pontificio. Il 3 luglio 1800 Pio VII entrò trionfalmente nella capitale, restituita dalle truppe napoletane. Sul fronte interno, la principale preoccupazione di Pio VII e di Consalvi (promosso cardinale segretario di Stato nel Concistoro dell’11 agosto) consisté nel portare a compimento la restaurazione morale e materiale degli Stati pontifici.

Un gruppo di prelati riformatori, riunito in una congregazione economica, definì intorno a Consalvi le linee generali di una politica di ispirazione preliberale, che prevedeva un’apertura dell’economia, l’abolizione o l’attenuazione dei vincoli collettivi e corporativi, una parziale secolarizzazione degli ingranaggi statali e una relativa semplificazione dei meccanismi della giustizia, della fiscalità e dell’amministrazione.

Conclude un concordato con la Repubblica Francese, il 15 luglio 1801, e, quindi, con la Repubblica Italiana, primo fra i suoi obiettivi.

La determinazione dimostrata dal pontefice e da Consalvi consolidava un’intesa fra Roma e la Francia che nel 1804 sarebbe culminata nella consacrazione di Napoleone I da parte del papa nella chiesa di Notre-Dame a Parigi.

La rottura tra la Francia e la S. Sede si consumò al ritorno di Pio VII a Roma. Il 15 ottobre 1805 Ancona, il porto principale degli Stati pontifici, fu occupata dalle truppe francesi. Il 15 febbraio 1806 l’armata del generale Gouvion-Saint-Cyr fece il suo ingresso a Napoli, dopo avere attraversato senza autorizzazione gli Stati pontifici. Il porto di Civitavecchia fu presidiato nel maggio 1806. Il 21 marzo Pio VII riaffermò solennemente la propria neutralità. Il 21 gennaio l’imperatore ordinò l’occupazione di Roma: le truppe del generale Miollis invasero la città il 2 febbraio 1808. Il papa si considerò prigioniero nel suo palazzo del Quirinale.

Pio VII promulgò e fece affiggere la bolla «Quam memorandum», con  la quale scomunica chi collabora con i francesi.

Il papa fu condotto a Grenoble poi a Savona dove rimase internato per quasi tre anni.

Il concilio nazionale dei vescovi dell’Impero si aprì a Notre-Dame di Parigi il 17 giugno 1811 i padri conciliari riaffermarono la propria fedeltà alla Sede apostolica e all’unità della Chiesa.

Pio VII, partito da Savona il 9 giugno a mezzanotte sotto la scorta del comandante Lagorse e con la sola compagnia dei cardinali Bertazzoli e Porta, fu trasportato attraverso le Alpi in direzione della Francia. Il 19 giugno entrò nel castello di Fontainebleau, nel quale rimase prigioniero sotto stretta sorveglianza per diciannove mesi.

Pio VII, rinfrancato dall’appoggio dei suoi consiglieri ritrovati, il 24 marzo inviò a Napoleone una lettera in cui ritrattava il concordato.

Di fronte all’avanzata delle truppe alleate in Francia, Napoleone fece ricondurre il suo prigioniero a Savona, il lungo percorso del prigioniero si tramutò in un trionfo.

Alla fine, in marzo, Napoleone ordinò la liberazione del prigioniero e lo fece accompagnare a Bologna, calcolando in tal modo di contrastare i progetti di annessione dell’imperatore austriaco e di Murat. Pio VII lasciò Savona il 19 marzo e fece il suo ingresso a Bologna il 31 marzo. Celebrò le cerimonie della settimana santa a Imola, sua antica città episcopale, si trattenne a Cesena, sua città natale, dal 20 aprile al 7 maggio, poi il 15 maggio si recò al santuario di Loreto a rendere grazie per la sua liberazione.

Nel primo messaggio rivolto alla cattolicità, pronunciato a Cesena il 4 maggio 1814, Pio VII formulò un’interpretazione in chiave provvidenzialista delle sue tribolazioni e della sua restaurazione, riaffermando anche con forza i suoi diritti di pontefice e di sovrano.

Inviato a Roma per predisporre il ristabilimento dell’autorità papale nelle province «di prima recupera», il futuro cardinale Rivarola abolì tutte le riforme introdotte dall’amministrazione napoleonica, soppresse il codice civile, ripristinò l’amministrazione ecclesiastica e rinchiuse nuovamente gli ebrei nell’area del ghetto.

Il duplice carattere della restaurazione pontificia negli anni 1814-15 fu fortemente tributario di questa scelta: per quanto attenne ai rapporti con le case regnanti, trovò attuazione su un piano eminentemente diplomatico e concordatario, mentre sul versante interno assunse una connotazione conservatrice, se non reazionaria.

La restaurazione degli Stati pontifici rappresentò il capolavoro di Consalvi in ambito internazionale. Il 23 giugno, in una nota diplomatica, reclamò la restituzione integrale degli Stati pontifici, il 9 luglio era di nuovo a Parigi, dove di fronte all’amministrazione reale che intendeva tornare al concordato del 1516, difese quello da lui concluso nel 1801; infine si stabilì a Vienna il 2 settembre per partecipare al congresso incaricato di ridisegnare la nuova carta politica dell’Europa. La sua intelligenza tattica e il rapporto di stima e di fiducia che riuscì a instaurare con Metternich gli consentirono di realizzare gli auspici più ferventi del papa, al quale il Trattato di Vienna (9 giugno 1815) restituì sia le Marche e le Legazioni sia le enclave di Benevento e di Pontecorvo.

Notevole fu anche l’accoglienza riservata ai maggiori artisti dell’epoca, fra cui molti scultori. Un anno prima della morte, eresse sul Pincio l’obelisco, rinvenuto nel XVI secolo e mai innalzato, che l’imperatore romano Adriano aveva fatto scolpire per l’amato e idolatrato Antinoo, annegato a vent’anni e in seguito divinizzato.

Lo scultore protestante Thorvaldsen gli costruì lo splendido mausoleo in cui furono deposte le spoglie del pontefice: tale mausoleo rimane a tutt’oggi la sola opera d’arte della basilica di San Pietro eseguita da un artista di fede dichiaratamente non cattolica.

Il pontefice spirò il 20 agosto 1823

Nota di Bruno Fracasso
liberamente tratta da www.treccani.it

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“Partito: nel primo della religione Benedettina: d’azzurro, alla croce del Calvario doppia fondata su un monte di tre cime e attraversata dalla scritta PAX posta in fascia, il tutto d’oro; nel secondo: trinciato d’oro e di azzurro, alla banda d’argento attraversante caricata di tre teste di moro bendate dello stesso disposte in palo, col capo d’azzurro caricato di tre stelle a 6 punte d’oro, disposte una e due”.

Colori dello scudo:
argento, azzurro, oro
Partizioni:
capo, partito, trinciato
Oggetti dello stemma:
cima, croce del Calvario, monte, punta, scritta, stella, testa di moro
Pezze onorevoli dello scudo:
banda
Attributi araldici:
attraversante, attraversato, bendato, caricato, fondato, posto 1-2, posto in fascia, posto in palo

Legenda: Stemma, Gonfalone, Bandiera, Città, Sigillo, Altro,