Clemente VII – De’ Medici


Clemente VII – De’ Medici

Informazioni

Giulio Zanobi di Giuliano de’ Medici nasce a Firenze il 26 maggio 1478 ed è un esponente della famiglia fiorentina dei Medici.

Era figlio naturale, poi legittimato, di Giuliano de’ Medici, ucciso nella Congiura dei Pazzi un mese prima della sua nascita, e di una certa Fioretta, forse figlia di Antonio Gorini.

Da giovane fu affidato, dallo zio Lorenzo il Magnifico, prima alle cure di Antonio da Sangallo. quindi direttamente sotto la sua protezione.

Nel 1495, a causa delle sollevazioni popolari contro il cugino Piero, Giulio de’ Medici scappò da Firenze per rifugiarsi prima a Bologna, poi a Pitigliano, Città di Castello e Roma, dove visse per molto tempo ospite del cugino cardinale Giovanni, il futuro papa Leone X.

Il 9 maggio 1513 fu nominato arcivescovo di Firenze dal cugino papa Leone X, che aveva ripreso la città sconfiggendo le truppe francesi alleate dei repubblicani fiorentini.

Il 14 agosto dello stesso anno Giulio fece il suo ingresso a Firenze. Alla morte del nipote Lorenzo de’ Medici divenne anche signore della città sia come arcivescovo sia come governatore. Si dimostrò un abile uomo di governo. Pur ricevendo spesso incarichi e missioni diplomatiche per conto del Papa non trascurò mai la sua arcidiocesi e volle conoscere la situazione di tutte le chiese sotto la sua giurisdizione. Nel 1517 tenne un sinodo di tutto il clero diocesano.

Nel 1513, con l’elezione di Leone X, Giulio ebbe la concessione dell’arcidiocesi di Firenze e nello stesso anno, dopo una serie di procedure e l’ottenimento delle dispense necessarie a superare lo scoglio della sua nascita illegittima, Giulio fu creato cardinale diacono del titolo di Santa Maria in Domnica.

Dopo questa nomina cominciò la sua ascesa, caratterizzata da una grande ricchezza di benefici ecclesiastici e da un ruolo molto delicato all’interno della politica pontificia. Tra le sue azioni è da ricordare il tentativo di costituire un’alleanza con l’Inghilterra per aiutare Leone X a contrastare le mire egemoniche di Francia e Spagna; per questo motivo fu nominato cardinale protettore d’Inghilterra. La caratteristica principale della politica di questo periodo fu la ricerca di un equilibrio tra i principi cristiani e l’indizione del Concilio Lateranense V, durante il quale Giulio si interessò di lotta contro le eresie.

Da cardinale diacono nel frattempo fu dichiarato cardinale presbitero con il titolo di San Clemente e poi di San Lorenzo in Damaso.

Il 9 marzo 1517 fu nominato vicecancelliere di Santa Romana Chiesa, incarico che gli diede modo di mettere alla prova le sue qualità diplomatiche. Nel delicato incarico mostrò un contegno serio in confronto a quello mondano e dissoluto del cugino.

Mentre cercava di organizzare una crociata contro i turchi, che Leone X reputava assolutamente necessaria, dovette risolvere due problemi: la protesta di Martin Lutero e la successione dell’Impero che, dopo Massimiliano I, toccò al nipote Carlo, già re di Spagna.

Nel corso del 1521 la situazione di Firenze lo tenne lontano per molti mesi da Roma, ma l’improvvisa morte del papa, avvenuta alla fine dello stesso anno, lo costrinse a tornare a Roma per partecipare al conclave.

Fu eletto Adriano VI, di cui aveva sostenuto la candidatura per ottenere l’appoggio di Carlo V. L’anno successivo fu vittima di una congiura, senza conseguenze, ordita dai repubblicani fiorentini.

Il 3 agosto 1523 venne ratificata l’alleanza tra il papato e Carlo V. Poco dopo, nel settembre 1523 morì Adriano VI e Giulio, con l’appoggio dell’imperatore, dopo un difficile conclave che si protrasse per 50 giorni, fu eletto al soglio di Pietro.

Giulio de’ Medici fu eletto papa il 19 novembre 1523 nel Palazzo Apostolico. Al conclave, che si aprì il 1º ottobre, parteciparono 32 cardinali. Dopo l’elezione il de’ Medici assunse il nome pontificale di Clemente VII. Fu incoronato il 26 novembre successivo.

Eletto a soli 45 anni, dopo di lui nessun pontefice salì al Soglio di Pietro a un’età più giovane.

Nonostante la scomunica inflitta a Martin Lutero da papa Leone X nel 1521, la Riforma si andava espandendo sempre più in Germania. Nella seconda dieta di Norimberga, del febbraio 1524, gli stati tedeschi ratificarono l’editto di Worms come legge dell’Impero, promettendo, però, al legato pontificio, cardinale Lorenzo Campeggi, di attuarlo soltanto “nei limiti del possibile”; chiesero inoltre la convocazione un concilio nazionale proponendo che si tenesse a Spira nello stesso anno. Sia il papa sia l’imperatore rifiutarono la proposta.

Clemente VII fu talmente attento alla politica italiana ed europea che trascurò e sottovalutò il movimento protestante, in special modo quello inglese. Re Enrico VIII d’Inghilterra non aveva un erede maschio e di questo incolpava la moglie Caterina d’Aragona. Nel 1527 chiese a Clemente VII di annullare il matrimonio. Il papa rifiutò perché Caterina d’Aragona era imparentata con Carlo V d’Asburgo.

Noncurante del divieto pontificio, nel gennaio del 1533, Enrico VIII sposò Anna Bolena e nel maggio dello stesso anno il precedente matrimonio con Caterina d’Aragona fu dichiarato ufficialmente nullo dall’Arcivescovo di Canterbury. Dopo alcuni mesi, nacque Elisabetta. Enrico comunque venne scomunicato e il papa continuò a ritenere legittimo il solo matrimonio con Caterina. Un anno dopo Enrico VIII promulgò l’Atto di Supremazia, votato dal Parlamento il 3 novembre 1534: l’Atto dichiarava il Re supremo e unico Capo della Chiesa d’Inghilterra, attribuendosi quel potere spirituale che fino a quella data era stato appannaggio esclusivo del pontefice. Tommaso Moro, grande umanista ed esperto giurista, rifiutò di accettare dietro giuramento il provvedimento e di riconoscere il nuovo matrimonio del re con il relativo ordine di successione al trono. Fu considerato reo di alto tradimento e punito con la morte.

Lo scisma era ormai compiuto. La Bibbia venne tradotta in inglese; ai sacerdoti fu permesso di sposarsi e le reliquie dei santi vennero ridotte in pezzi.

Il 17 dicembre 1524, Clemente VII indisse per l’anno seguente un giubileo. Il papa aprì personalmente la Porta Santa. Ma l’affluenza dei pellegrini fu scarsa a causa delle guerre, del timore dell’avanzata turca e della rivolta dei contadini in Germania. Inoltre, nell’agosto del 1525 si ebbe una nuova epidemia di peste.

Una delle prime iniziative del nuovo papa fu quella di perorare la causa della pace tra i regnanti cristiani. Lo scopo ultimo di Clemente VII era fare in modo che i re cristiani si alleassero tra loro in una vasta coalizione contro il sultano turco Solimano, che stava invadendo l’Europa balcanica. Cercò così di concordare una tregua tra il re di Francia, Francesco I, e l’imperatore Carlo V d’Asburgo.

Ma i soldati dell’imperatore, che aveva perso il loro controllo, arrivarono a Roma e la misero a ferro e a fuoco. Il 5 giugno il pontefice fu fatto prigioniero.

Il 26 novembre vennero ratificati gli accordi con gli imperiali: come garanzia, l’imperatore ottenne “sei ostaggi, i porti di Ostia e Civitavecchia e le città di Forlì e Civita Castellana”.

In dicembre il Papa fu liberato dietro la promessa del pagamento di un pesante indennizzo e di perdite territoriali, ma, per evitare di ottemperare alle condizioni imposte dall’imperatore, abbandonò Roma e, il 16 dicembre 1527, si ritirò a Orvieto e successivamente a Viterbo.

Carlo V inviò un’ambasciata presso il papa per fare ammenda dell’episodio. E Clemente alla fine, non ritenendolo direttamente responsabile, lo perdonò. Dopo questi accordi, intorno alla fine del 1529, fu stipulata la Pace di Barcellona, secondo i termini della quale, il papa, il 24 febbraio 1530, incoronò a Bologna Carlo V imperatore, come segno di riconciliazione tra papato e impero.

Carlo si impegnò a ristabilire a Firenze la signoria della famiglia Medici sciogliendo la repubblica fiorentina e a concedere la Borgogna a Francesco I che, in cambio, prometteva di disinteressarsi degli affari italiani. Firenze fu consegnata ad Alessandro de’ Medici, che sposò Margherita, figlia naturale di Carlo V.

Nell’autunno del 1533 il papa celebrò le nozze tra la nipote Caterina de’ Medici, figlia di Lorenzo II de’ Medici, ed Enrico di Valois, secondogenito di Francesco I di Francia.

Nel 1532, si impadronì, con un’abile manovra di copertura, della repubblica di Ancona: la costruzione a spese pontificie di una fortezza, in posizione dominante sulla città e sul porto. I denari pagati al papa dal cardinale che sarebbe stato il legato pontificio della città servirono a rifinanziare le casse papali depauperate dal sacco di Roma.

Tornato a Roma dopo la permanenza a Orvieto, incaricò Michelangelo di affrescare la Cappella Sistina con il Giudizio universale, seguendone personalmente i lavori. A Loreto fece distruggere il muro di protezione della santa casa di Loreto, sostituito da un rivestimento in marmo.

Venuto a conoscenza della teoria copernicana sul sistema solare, sapeva che uno dei più autorevoli tra i suoi sostenitori era il teologo tedesco Johann Albrecht Widmannstetter, suo segretario personale. Lo incaricò di tenere una lezione pubblica in Vaticano sul medesimo soggetto, la quale suscitò l’interesse sia del pontefice che dei cardinali presenti.

Di ritorno dal matrimonio della nipote, Clemente VII contrasse nuovamente la malattia che lo aveva colpito nel 1529 e che spesso tornava a visitarlo, ma non morì per questo, ma, probabilmente, per aver manigiato un’amanita phalloides. Il papa morì a Roma il 25 settembre 1534, a soli 56 anni. Secondo un’altra teoria, suggestiva ma scarsamente probabile, Clemente VII potrebbe essere stato assassinato mettendo dell’arsenico in una candela che il papa avrebbe portato in una processione.

Clemente VII venne sepolto in Santa Maria sopra Minerva. Il suo mausoleo fu collocato di fronte a quello del cugino Leone X e fu disegnato da Antonio da Sangallo il Giovane.

 

 

Il suo stemma pontificio riprende esattamente quello della famiglia alla quale appartiene, i Medici, che si blasona: “D’oro, a sei palle disposte in cinta, la prima d’azzurro caricata di tre gigli d’oro (2, 1), le altre di rosso”. In questo modo, riaffermò chiaramente sia la continuità con la politica di Leone X sia il suo legame con la famiglia e la città di Firenze.

Stemma Ridisegnato


Disegnato da: Massimo Ghirardi

Stemma Ufficiale


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Profilo araldico


“D’oro, a sei palle disposte in cinta, la prima d’azzurro caricata di tre gigli d’oro (2, 1), le altre di rosso”. 

Oggetti dello stemma:
giglio, palla
Attributi araldici:
caricato, disposto in cinta, primo

Legenda: Stemma, Gonfalone, Bandiera, Città, Sigillo, Altro,