Ventasso


Comune di Ventasso – (RE)

Informazioni

  • Numero abitanti: 4409
  • Altitudine: 855
  • Superficie: 855
  • Distanza capoluogo: 55.3

Storia dello stemma e del comune

Dal 1 gennaio 2016 (con legge regionale del n.160 del 09.07.2015)  è istituito il nuovo Comune di Ventasso (dal nome del rilievo principale della zona appenninica, il monte Ventasso m. 1727) in Provincia di Reggio Emilia, creato con la fusione dei territori dei precedenti Comuni di Busana, Collagna, Ligonchio e Ramiseto.

La sede del municipio è stata fissata in Busana.

 

Busana

 

In un documento del 1070 tra i possedimenti che il vescovo-conte di Reggio è costretto a riconoscere a Bonifacio marchese di Toscana (padre della celebre Matilde di Canossa) compare un “Capella de BUSIANA” dedicata a San Venanzio, soggetta alla Pieve di Campiliola di Bismantova; come l’altra cappella di Cervarezza (oggi Cervarezza Terme) pure compresa nella contea di Busiana, creata (forse) dall’avo di Matilde: Tedaldo.

La località è forse erede dell’antica PUSIANA, insediamento Romano fondato dopo la conquista dell’Ager Frinianus intorno al I secolo a. C. strappato al dominio del Liguri.

PUSIANA, poi BUSIANA, forse da un precedente BUSIANUS, indicherebbe la “terra di Busio” un oscuro personaggio della tribù dei Busii, parte di un gruppo etnico che ha originato anche il cognome Bucci.

Il paese, oggi sede del comune di Ventasso, si trova nell’alta Valle dei fiume Secchia, presso il Passo di Pradarena, e ha sempre rappresentato un importante caposaldo per il controllo del territorio. I Canossa vi fecero costruire infatti un piccolo castello, sullo sperone roccioso a meridione del paese. Alla morte della contessa Matilde il territorio fu ceduto, come da volontà della defunta, al papa.

Nel 1200 finì sotto il dominio dei Dallo o Dalli (originari dell’omonima località garfagnina), già detentori di possedimenti in Val Secchia e Val d’Ozzola, che nel 1444 si riconobbero la signori del marchese di Ferrara Leonello d’Este. Riuscirono a mantenere il feudo fino al 1796 quando venne formata la “Adunata dei Reggenti” di Busana, una forma di gestione di tipo comunale.

Nel corso del XV secolo intanto il feudo di Busana venne eretto in Marchesato e arrivò comprendere anche il territorio di TALADA, già soggetto al monastero di San Prospero di Reggio Emilia, ma non l’attuale frazione di NISMOZZA, allora aggregata a Collagna.

Nel 1815 il territorio venne unito a Castelnovo ne’Monti dall’Amministrazione del governo Napoleonico d’Italia; riacquistò l’indipendenza durante la Restaurazione Estense nel 1845 e ebbe giurisdizione anche su Collagna e la parte alta del Comune di Ramiseto; nel 1857 venne costruito l’attuale palazzo del Comune.

Il vecchio stemma del Comune allude alla posizione montuosa (con il faggio è un’essenza che cresce normalmente ad alta quota) e ai due principali rilievi del territorio, il monte Ventasso (1726,5 m) e il monte Dente. È stato concesso dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro con Decreto del 2 settembre 1998 dove si blasona: “D’argento, al faggio di verde, fustato al naturale, nodrito sul monte alludente al monte Ventasso; esso monte attraversato a sinistra da altro monte, più basso, alludente al monte Dente, entrambi di verde, uscenti dai fianchi e fondati in punta” .

 

Collagna

 

Fino al 1872 il paese si denominava CULAGNA, poi mutato nell’attuale COLLAGNA, dall’antico COLLANEA probabilmente derivato da “colle”.

Il territorio è legato storicamente al paese di VALLISNERA (anche VALOSINERIA), attuale frazione, i cui signori dal XIII secolo si dissero poi Vallisneri o Da Vallisnera e che furono una delle grandi famiglie feudali del Reggiano.

Lionello d’Este, Marchese di Ferrara e signore di Modena e Reggio, li creò conti di Nigone nel 1444 ed in seguito essi dominarono anche Ramiseto e altre località circonvicine. La dinastia si distinse ben presto in due rami principali i Vallisneri di Scandiano e i Vallisneri-Vicedomini (quest’ultimo estintosi nel 1815).
L’attuale frazione di Collagna, che comprende gran parte dell’antico feudo di Vallisnera, ha adottato uno stemma che si riferisce agli antichi feudatari. Infatti, nella parte superiore dello scudo sono presenti la figura simbolica del castello e l’arma dei Vallisneri. Questa stirpe aveva come emblema principale uno scudo d’oro, con una fascia di rosso caricata di un levriere corrente d’argento e collarinato d’oro, con una stella di rosso in capo (in seguito sostituita dall’aquila imperiale nera). Per differenziarsi dall’arma famigliare il levriere si è modificato in un cane fermo e non passante, e l’aquila è stata privata della corona a tre punte e rivoltata. I due cavalli, che vogliono ricordare le “Valli dei Cavalieri”, cioè il vasto territorio montano che si trova oggi a callo tra le province di Parma  e Reggio Emilia, sono in verità apocrifi: negli stemmi più antichi si vede la figura di un agnello e di una pecora, chiaro riferimento al “Collis Agnus” (“colle dell’agnello”) dal quale potrebbe derivare il toponimo di Collagna.

 

Stemma concesso con Decreto del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga il 6 agosto 1988: “Semipartito troncato: nel primo [del partito] di azzurro, alla torre di rosso, merlata alla guelfa di cinque, cimata di tre guardiole coperte, dello stesso, la centrale più alta, essa torre chiusa e finestrate di tre (una, due) e murata di nero, accompagnata all’altezza della merlatura da due stelle di sei raggi, d’argento, fondata sul asso colle, di verde; nel secondo [del partito] interzato in fascia, nel primo d’oro all’aquila rivoltata, di nero, al secondo di rosso, al cane fermo, d’oro, nel terzo d’oro pieno; nel terzo d’azzurro alle due colline di verde, digradanti dai fianchi verso il centro, fondate sulla pianura, dello stesso, sui cui, a destra, riposa il cavallo in profilo, d’oro”1 .

Il disegno è però più antico: se ne conoscono versioni con elmo, cimiero e complessi “svolazzi” d’oro (probabilmente ripresi dall’arma originale dei Vallisneri).

 

(1): il blasone (pur ufficiale) presentava un’imprecisione: il secondo campo del partito è descritto come interzato, ma in realtà sarebbe meglio indicarlo come “d’oro, alla fascia di rosso, caricata del cane fermo, del primo, accompagnata in capo dall’aquila rivoltata di nero” . Inoltre la figurazione del campo inferiore mostra due cavalli, dei quali uno “a riposo” come blasonato e un altro pascente (non citato nel blasone). Si tratterebbe di una scena allegorica della posizione del territorio e della tradizione dell’allevamento equino praticata nella regione.

 

Ligonchio

 

La località montana deriva probabilmente da “Lacunculus” (‘piccolo lago’) e fu ceduta nel 1076 da Beatrice di Lorena, madre della contessa Matilde di Canossa, all’Abbazia benedettina da lei fondata a Frassinoro, nel Modenese, anche se il potere inizialmente fu in realtà dai Dalli, nobili feudatari provenienti da Sillano in Toscana, che nel 1383 cederanno ai Vallisneri, che tenevano il dominio nel territorio intorno all’attuale Collagna. Nel 1431 le comunità del territorio di Minozzo, delle quali Ligonchio faceva parte, si sottomisero al duca Nicolò d’Este di Ferrara e resteranno sotto il Ducato di Modena fino all’istituzione della Repubblica Cisalpina nel 1796. Dopo la parentesi del Regno Napoleonico il territorio verrà unito al Regno d’Italia nel 1819, nel 1859 il Dittatore per le Provincie Emiliane del Regno di Sardegna, Luigi Carlo Farini, istituì con il Comune di LIGONCHIO distaccandolo da Villa Minozzo.

Lo stemma, di una certa antichità, alzato dal Comune è stato riconosciuto con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in data 21 agosto 1959, ed è così blasonato: “D’argento al giglio di rosso”. Non è chiaro perché si sia scelto questo simbolo, che secondo alcuni rassomiglia quello di Firenze e ricorderebbe l’insediamento di esuli guelfi provenienti da Firenze.

La particolare forma di giglio “doppio”, cioè costituito con due corolle contrapposte e “legate” al centro (forse con intento “parlante”) deriva forse da quello (semplice e bocciolato) raffigurato nel 1233 su alcune monte coniate dal vescovo Nicolò Maltraversi dal 1211 vescovo-conte di Reggio Emilia. Con uno sforzo di fantasia, essendo la zona di origine di molti scalpellini (“pichiarìn”) e tagliatori di pietra, si potrebbe anche riconoscere  nel giglio doppio la forma caratteristica di una “chiave” muraria (o “tirante di legatura”, struttura di rinforzo dei muri degli edifici).

 

 

Ramiseto

 

Eretto in Comune autonomo nel 1859 con denominazione di PIEVE SAN VINCENZO, la sede comunale venne trasferita, con Regio Decreto del 13 gennaio 1866, nella località di Ramiseto, alla quale fu assegnata anche la frazione di NIGONE (già del Comune di Castelnuovo ne’Monti) e nel 1873 assumerà la denominazione attuale riprendendo quella della località che fu sede del Municipio. 

Fino al XIX secolo era compreso nella Podesteria di VAIRO con le località di: Montedello, Camporella, Palanzano, Succiso e Montemiscoso, soggette alla signoria del Comune di Reggio Emilia prima, poi dei conti Terzi e dei Vallisneri. 

Fece parte delle cosiddette VALLI DEI CAVALIERI (riprese poi con le iniziali V e C nell’antico stemma comunale), un vasto comprensorio montuoso che riuniva diverse valli trasversali a quella dell’Enza e del Cedra, che prende nome dai Cavalieri d’Altopascio che, nel 1100, si insediarono nell’antica abbazia di Linari, presso il passo appenninico del Lagastrello, che ebbero in successione dai benedettini insieme all’attiguo Ospizio per i viandanti. In seguito il territorio fu soggetto al Comune di Parma che nominava un “Commissario” delle Valli che aveva la sua sede in Palanzano. 

Nel 1844 i Ducati di Parma e di Modena stipularono una convenzione (entrata in vigore nel 1848) che stabiliva il corso dell’Enza come confine tra i due Stati; trovandosi alcune delle località citate sulla riva destra furono quindi aggregate al Ducato Estense di Modena e Reggio (Palanzano rimase al Ducato di Parma) ed erette in Comuni autonomi. 

Stemma concesso con Decreto del Presidente della Repubblica dell’11 ottobre 1966: “D’oro alla testa di cavallo bajo accompagnata nel canton sinistro alto da due rami di faggio e di quercia al naturale posti in decusse. Il tutto abbassato di un capo d’azurro a due montagne al naturale, caricato delle lettere maiuscole d’oro V a destra e C a sinistra”. 

 

Il nuovo Comune, in via provvisoria, usa uno stemma con uno scudo inquartato che unisce i quattro emblemi precedenti, con una piccola variazione: i cavalli del quarto di Collagna sono stati sostituiti da ovini (in particolare un agnello e una pecora) in ossequio alle versioni antiche del sigillo.

 

Nota di Massimo Ghirardi

Si ringraziano Lucia Piguzzi, Franco Correggi e Alessandro Neri per la gentile collaborazione.

 

Bibliografia:

AA.VV. DIZIONARIO DI TOPONOMASTICA Storia e significato dei nomi geografici italiani. UTET, Torino 1997.

AA.VV. STEMMI delle Province e dei Comuni dell’ Emilia Romagna, a cura del Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna. Editrice Compositori, Bologna 2003.

Romolotti (Giuseppe) a cura di. STORIA E GUIDA AI COMUNI EMILIANI. Il Quadrato, Milano 1972

Stemma Ridisegnato


Reperito da: Giancarlo Scarpitta

Fonte: Dipartimento di Araldica Pubblica

Disegnato da: Massimo Ghirardi

Stemma Ufficiale


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Profilo araldico


“Inquartato da un filetto in croce di azzurro: nel PRIMO di argento al faggio di verde, fustato al naturale, nodrito sul monte, attraversato a sinistra da altro monte, più basso, entrambi di verde, uscenti dai fianchi e fondati sulla linea di partizione; nel SECONDO, troncato: nel I, d’oro all’aquila rivoltata, di nero; nel secondo, di rosso, al cane fermo, d’oro; nel TERZO, d’oro, alla testa di cavallo baio, al naturale; nel QUARTO, d’argento, ai due gigli dal piè di rosso, uniti, contrapposti in palo. Ornamenti esteriori di Comune”.

Gonfalone ridisegnato


Reperito da: Giancarlo Scarpitta

Fonte: Dipartimento di Araldica Pubblica

Disegnato da: Bruno Fracasso

Gonfalone Ufficiale


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Profilo Araldico


“Drappo di azzurro…”

Colori del gonfalone: azzurro

Legenda: Stemma, Gonfalone, Bandiera, Città, Sigillo, Altro,

    • Decreto del Presidente della Repubblica (DPR) di concessione – 31/01/2018 Guarda il decreto