Terni


Città di Terni – (TR)

Informazioni

  • Codice Catastale: L117
  • Codice Istat:
  • CAP: 0
  • Numero abitanti: 113324
  • Altitudine: 0
  • Superficie: 0
  • Prefisso telefonico: 0
  • Distanza capoluogo: 0.0

Storia dello stemma e del comune

La città di TERNI deriva il suo nome da quello latino della città: INTERAMNA NAHARS. Il primo termine si riferisce alla posizione dell’insediamento “tra due fiumi” (“Inter Amnes”) e il secondo al nome antico del fiume Nera, aggiunto come determinante per distinguere questa dall’altra città omonima di Interamna Pretutiorum, oggi Teramo. La città venne fondata, infatti, tra il Nera e il Serra da popolazioni Umbre intorno al 673 a.C. e nel III secolo a.C. viene assoggettata a Roma.

Dopo la dominazione longobarda, durante la quale è sottoposta al Duca di Spoleto, entra a far parte dei domini della Chiesa.

Nel 1927 è eretta capoluogo di Provincia, distaccandone il territorio da quella di Perugia.

La prima citazione di emblemi in relazione a Terni si ha riguardo i 24 popolani che, insieme ad altrettanti nobili, formavano intorno al 1398 il Consiglio di credenza; questi, suddivisi per i sei rioni della città, avevano in consegna «una bandiera; sotto le quali si raunassero nei bisogni le persone del popolo sottoposte ai rioni loro, e di Banderari portarono il nome», ignoriamo però quale fosse il disegno di queste bandiere.

Dall’Angeloni sappiamo che il sigillo cittadino presentava la figura del «Tiro, animale simile al drago, … di colore verde in campo rosso». Il Tiro, o Thyrus, era secondo la leggenda (riportata anche da Elia Rossi Passavanti nella sua opera “Interamna Nahars”), un terribile rettile che avrebbe infestato i terreni paludosi che si trovavano nei pressi delle mura della città ed erano chiamati la Chiusa, uccidendo con il suo respiro letale chiunque ardiva ad accostarsi; Il drago sarebbe poi stato sconfitto da un nobile cavaliere ternano della famiglia “Cittadini” che, ricoperto di un’armatura lucente, avrebbe ferito mortalmente il mostro mentre questi eri intento a specchiarsi sulle piastre dell’armatura; le terre in questione sarebbero poi state donate al nobile.

Si vuole vedere in questa vicenda l’allegoria dell’operosa città che regimentò le acque stagnanti e impedì la formazione di miasmi malsani, rendendo sicuro il territorio, ove prima “… gli abitanti morivano soffocati dall’alito pestifero che sprigionava il mostro”. Il drago quindi rappresenterebbe la “malaria” sconfitta dalla bonifica.

Il Tiro, che era quindi «simile al Drago, con due piedi, senz’ale e con lunga coda e ritorta» e «di color verde squammato in oro» fu rappresentato in vari modi, «ora ritto in piedi, ora accosciato, ora natante sull’acqua, ora alato e rampante», l’ultima rappresentazione, per quanto meno antica delle altre, e quella che si è alla fine maggiormente affermata.

Oltre alla figura del Tiro furono usati sui sigilli della città altri due simboli, cioè l’aquila e l’angelo; inizialmente portati, rispettivamente, da ghibellini e guelfi, cessati gli odî di parte, furono in seguito usati dai Nobili (l’aquila) e dai Priori (l’angelo) restando il Tiro ai Banderari.

Lo stemma e il gonfalone sono stati formalmente concessi con Regio Decreto di Vittorio Emanuele III del 4 maggio 1936, dove si blasona: “Di rosso al Tiro alato di verde, squamato, linguato1 e coronato d’oro2, rampante a destra. Motto: TIRVS ET AMNIS DEDERVNT SIGNA TERAMNIS. [Capo del Littorio]3. Ornamenti esteriori da Città”. È da notare che all’epoca vigeva la prassi di “riconoscere” con decreto del Capo del Governo gli stemmi di cui fosse provato l’uso ab immemorabili mentre con decreto regio erano “concessi” gli stemmi di nuova creazione, costituendo quindi la concessione a Terni un’anomalia.

Il motto, variante di “THYRUS ET AMNIS DEDERUNT SIGNA TERAMNIS” significa: “il Tiro e il fiume hanno dato il simbolo [insegna] a Terni”.

Il gonfalone in uso è, secondo il Decreto, un “drappo di colore rosso…”, ma Luigi Lenzi, nel 1885, su invito del sindaco Alessandro Fabri, ne aveva proposto una versione molto elaborata, che prevedeva un drappo di giallo tagliato a sei scalini portanti in punta il Thyro (il più lungo, a sinistra del drappo, di verde portante in punta l’aquila) con un complesso ricamo d’oro, e il drago Thyro, anch’esso di verde, riportato su una banda rossa accompagnato da due stelle, nell’angolo del capo a sinistra l’aquila imperiale di nero, in punta un angelo crucifero vestito d’azzurro, e, su una sorta di mantovana di verde sovrapposta al drappo, il nome antico della città: INTERAMNA NAHARS; inoltre sullo scalino verde vi doveva essere il motto “THYRUS ET AMNIS…’’ che però non compare nel bozzetto relativo. Non sappiamo se questo gonfalone sia mai stato realizzato. Attualmente il drago presente sul gonfalone civico è in oro, anziché in verde.

La bandiera cittadina è però correttamente composta di “pali” rossi e verdi, gli smalti dello stemma (campo e figura), questi colori sono da tempo quelli della città, infatti l’Angeloni riporta che il pubblico magistrato teneva «onorata famiglia di trombetti e ministri per suo servizio, che alla divisa della città vestono di rosso, fasciato di verde».

(1): in molte illustrazioni in uso il drago è rappresentato “ignivomo” cioè “vomitante fiamme” ma il blasone è chiaro: ordinariamente in Araldica i draghi sono muniti di una lingua ed una coda “desinente in dardo”, ovverossia: “terminante in punta di freccia”.

(2): il blasone non proprio correttissimo dal punto di vista della grammatica (anche araldica: la locuzione “a destra” riferita a drago è inutile, essendo la destra la direzione ordinaria per le figure, da ricordare che con “destra” in araldica si intende la sinistra per chi guarda, essendo la descrizione degli stemmi riferita all’ipotetico cavaliere che imbraccia lo scudo); è però chiaro: la “virgola” dopo l’aggettivo “squamato” fa intendere che il drago è di smalto verde con la sola lingua d’oro (nonché la corona). Solo in assenza della virgola la “consecutio” vorrebbe il drago d’oro con le sole squame di smalto verde, come è invece riportato sul gonfalone in uso da parte del Comune di Terni.

(3): il “Capo del Littorio” è una pezza araldica tipica italiana, ispirato dall’uso Napoleonico fu ideato durante il Fascismo (R.D. n. 1440 del 12 ottobre 1933) per contrassegnare tutti gli stemmi civici, si blasona: “Di porpora al fascio littorio d’oro circondato da una corona composta di un ramo d’alloro e uno di quercia legati da un nastro con i colori nazionali”. Il fascio è un’insegna di origine etrusca costituito da un mazzo di verghe e da una scure, tenute insieme per mezzo di corregge: è il simbolo del potere coercitivo della legge, quindi dell’autorità dello Stato. Era portato da Littori, ufficiali di scorta al servizio degli alti magistrati Romani che, con il loro ufficio comminavano pene corporali e capitali. Mussolini lo rese obbligatorio ma, alla sua caduta, la norma che lo imponeva fu cancellata e la figura abrasa dagli stemmi (D.L. del 26.10.1944); alcuni Comuni però si limitarono ad eliminare il fascio, mantenendo il “capo” di porpora (sorta di “fascia” di rosso carminio/violaceo in capo allo scudo).

Note di Massimo Ghirardi, Giovanni Giovinazzo e Giancarlo Scarpitta

Bibliografia:

AA.VV. DIZIONARIO DI TOPONOMASTICA. Storia e significato dei noi geografici italiani. UTET, Torino 1997.

Lanzi (Luigi). IL GONFALONE DELLA CITTÀ DI TERNI. Terni, 1885.

Francesco Angeloni, STORIA DI TERNI, Pisa, 1878 (ristampa)

Stemma Ridisegnato


Fonte: Archivio Centrale dello Stato

Disegnato da: Massimo Ghirardi

Stemma Ufficiale


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Profilo araldico


“Di rosso al tiro alato di verde, squamato, linguato e coronato d’oro, rampante a destra”. Motto: TIRVS ET AMNIS DEDERVNT SIGNA TERAMNIS
(Capo del Littorio). Ornamenti esteriori da Città”.

Colori dello scudo:
rosso

Gonfalone ridisegnato


Reperito da: Luigi Ferrara

Disegnato da: Pasquale Fiumanò

Gonfalone Ufficiale


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Profilo Araldico


“Drappo di rosso…”

Drappo ridisegnato da Pasquale Fiumanò

Colori del gonfalone: rosso

Legenda: Stemma, Gonfalone, Bandiera, Città, Sigillo, Altro,

    • di concessione

      Antico diritto

    • Decreto del Capo del Governo (DCG) di riconoscimento – 04/05/1936