Eraclea


Comune di Eraclea – (VE)

no comune

Informazioni

  • Codice Catastale: D415
  • Codice Istat:
  • CAP: 30020
  • Numero abitanti: 12799
  • Nome abitanti: eracleensi
  • Altitudine: 0
  • Superficie: 0
  • Prefisso telefonico: 0
  • Distanza capoluogo: 0.0

Storia dello stemma e del comune

Lo stemma è stato inserito in data 19 giugno 2004 non avendo ottenuto risposta alla richiesta fatta al comune interessato in data 3 marzo 2004. In data 23 giugno il comune ha provveduto ad inviare al gestore del sito una lettera di diniego all’utilizzo dello stemma. L’amministrazione è stata ricontattata affinché concedesse l’autorizzazione, ma non è stata ricevuta risposta.

Il nome “Eraclea” si trova, per la prima volta in uno scritto ufficiale, all’interno di un documento pontificio. La bolla di Papa Severino del 28 Maggio del 640 istituisce due nuove diocesi, Torcello e, appunto, Eraclea, nei pressi di quella che, qualche secolo dopo, sarebbe stata chiamata “Laguna Veneta”. La storia di questo centro ha però origini molto più antiche. I numerosi isolotti siti lungo l’alto versante adriatico, pressappoco nel tratto compreso tra i fiumi Isonzo ed Adige, erano abitati da gruppi di cacciatori e pescatori già molti secoli prima dell’età cristiana. Tra tali isole, una primeggiava per grandezza ed importanza: l’isola di Melidissa. Il centro urbano più prestigioso della zona era però Opitergium, l’odierna Oderzo. L’isola di Melidissa sorgeva proprio all’interno della baia opitergina, all’incirca all’altezza di quella che oggi è Cortellazzo. Ben presto tutta la zona passò sotto il dominio delle aquile romane. Molti sono i centri urbani di notevole importanza che prosperarono sotto l’imperio di Roma, basta citare Altino e Concordia Sagittaria, ma il vero sviluppo di Melidissa si ebbe solo dopo il declino dell’impero romano. Data la sua collocazione geografica, tutta la zona oggi conosciuta con il nome di Veneto Orientale, fu travolta, già nel secondo secolo d.C., da numerose ondate barbariche. Per porsi in salvo da queste periodiche scorribande, i cittadini romani o romanizzati della zona cercarono rifugio nelle isole della laguna: come gli abitanti di Aquileia cercarono scampo a Grado e quelli di Altino si rifugiarono a Torcello, così la gente di Concordia, Caorle e Oderzo, trovarono in Melidissa un rifugio relativamente sicuro, lontano dalle vie percorse dalle orde barbariche ormai inarrestabili. La tradizione ricorda a questo proposito una data precisa: la leggenda, infatti, vuole che nel 169 d.C., per sfuggire ai Marcomanni, la popolazione di Oderzo si trasferisse in massa (o quasi) nell’isola di Melidissa. E’ molto difficile, a questo punto, dire se ci fu effettivamente una migrazione simultanea di un’intera città o se, più probabilmente, i primi insediamenti stabili umani nelle isole di questo “arcipelago lagunare” nacquero lentamente. Il 25 Marzo 421 a Rialto venne consacrata la chiesa dedicata al Beato Giacomo Apostolo, alla presenza dei Vescovi di Opitergium, Padova, Altino e Treviso. Attorno a questo centro, ma ancora in rapporto di dipendenza con le citate diocesi, si contano nel V secolo sei “capoluoghi”: Grado, Caorle, Torcello, Malamocco, Chioggia e, appunto, Melidissa. Essi costituiscono il nucleo centrale della nuova “Venezia marittima”. “L’illustre provincia veneta si estende verso mezzogiorno fino al Po ed al territorio di Ravenna, (…). Quivi, per la vicenda del flusso e riflusso, ora sembra che essa vi si sprofondi (…).” “E voi in tal dominio, da mare a terra contrastato, avete eretto le case come nidi di uccelli marini; con fasce e con dighe sapeste collegare le vostre abitazioni; voi ammonticchiate la sabbia del mare per rompere le onde infuriate; e quella difesa, in apparenza debole, annienta le forze delle acque. La vostra attività industriale è tutta rivolta a produrre il sale (…). Il sale occupa presso di voi il posto che altrove ha il denaro coniato. E fortunati voi: dell’oro si può far senza, non già del sale, che è necessario condimento di tutti i cibi.” Così scrisse ai tribuni delle lagune venete nel VI secolo d.C., Cassiodoro, Prefetto di Teodorico. Nel 520 d.C. le isole venete costituivano una repubblica federativa governata da tribuni, in buoni rapporti con i governatori della terraferma, gli Ostrogoti, ma da essi indipendenti. Tale repubblica, secondo la tradizione, sarebbe nata ufficialmente nel 466, dopo una ratifica formale di uno stato di fatto che si protraeva da anni. Dalla terribile guerra gotico-bizantina, conclusasi nel 533 con la morte di Teia, ultimo re dei Goti, l’Italia esce, come è noto, completamente devastata. Solo alcune ristrette si salvano: tra queste la laguna veneta, isolata dalla penisola da un tratto, quasi invalicabile di mare e paludi. La federazione delle isole venete approfitta di ciò, stringendo una solida alleanza con l’impero d’Oriente e mantengono rapporti di “buon vicinato”, con i resti di quello che era l’impero romano d’Occidente. Mentre il prestigio della federazione nasceva, in Italia il governo greco vacillava ed i Longobardi iniziavano la conquista della penisola. Secondo alcuni storici, fu questa ennesima “invasione” a costringere sempre di più gente ad abbandonare la terraferma a favore della laguna veneta, considerata molto più sicura. Verso la fine del VI secolo si registra una nuova massiccia migrazione che, da Oderzo, porta centinaia di persone verso l’isola di Melidissa. Il prestigio dell’isola aumentava, tanto che, nel 579, il Sinodo dei vescovi veneti ed istriani deliberò il trasferimento della sede vescovile da Oderzo a Melidissa. Nel frattempo il fiume Piave cambiava il suo corso, e Melidissa diventava penisola. Nel 638, per sottrarsi alle persecuzioni religiose ariane, il Vescovo di Oderzo, San Magno si trasferiva assieme alle più importanti famiglie opitergine a Melidissa, che intanto, in onore dell’imperatore d’Oriente Eraclio (morto nel 640), vincitore dei persiani, acquistava il nome di Eraclea. Verso la metà del VII secolo Eraclea era la maggiore città dell’estuario. In essa sorgeva la cattedrale di S.Pietro Apostolo, fondata da S.Magno, e secondo alcuni storici aveva una popolazione di 90.000 abitanti. Vero ponte tra oriente e occidente, Eraclea intratteneva rapporti commerciali e diplomatici sia con la corte bizantina che con quella longobarda di Pavia. Fiorivano i commerci con l’Oriente, in particolare con Bisanzio, alla quale la città lagunare era strettamente legata anche da accordi politici, tanto da poter rappresentare, per molti anni, gli interessi greci nell’alta Italia. Difficili restarono comunque i rapporti con i conquistatori della terraferma. Il re longobardo Grimoaldo (622-671) ordinò lo smembramento di quanto restava dell’antica città di Oderzo, originando una nuova, massiccia migrazione verso la laguna. Gran parte dei profughi trovò rifugio ad Equilio, che poi diventò Jesolo: la nuova città restò molto vicina ai Longobardi, secondo alcuni storici proprio a causa del prolungato contatto che gli abitanti avevano avuto con i “barbari”. Eraclea si mantenne così in stretto rapporto con l’impero con l’impero d’Oriente, mentre Jesolo intratteneva contatti continui con i Longobardi. Le differenze culturali e politiche fra le due “potenze” dell’estuario non tardarono a sfociare in un contrasto aperto: verso la fine del VII secolo, pare attorno al 690 d.C., le milizie cittadine si scontrarono in una battaglia campale, il cui esito fu favorevole ad Eraclea. Tracce dello scontro furono trovate, agli inizi di questo secolo, da alcuni tecnici intenti a tracciare le fondamenta dell’idrovora, che aveva dato luogo alla cosiddetta “bonifica Ongaro”. Era l’ottobre del 1903 quando, nei pressi di quella che oggi è conosciuta come “Valle Ossi” vennero rinvenute decine di scheletri allineati: quanto restava dei giovani periti durante gli scontri tra le due città sorelle. A tormentare ulteriormente l’esistenza di Eraclea erano i pirati dalmati, instancabili predatori delle rotte orientali. La situazione si faceva difficile per la città e, nel 697, venne indetta l’adunanza generale dei cittadini nella cattedrale di S.Pietro Apostolo. Patriarca, nobiltà, “popolo” decisero che, di fronte ad un momento così grave per le sorti future della città, era indispensabile affidare le redini del governo ad un uomo solo, eletto da tutti i cittadini, qualunque fosse il loro ceto. Paoluccio Anafesto fu così nominato primo Doge. Sotto il governo illuminato dei Dogi, Eraclea visse un’epoca di splendore, passando di vittoria in vittoria, sempre strettamente legata all’alleato bizantino. Memorabile, in questi anni, fu la riconquista della città di Ravenna, caduta in mano longobarda. Sotto la guida del Doge Orso Partecipazio (726-736) la flotta eracleense forte di 80 navi salpò da Malamocco alla volta di Ravenna, già dominio dell’esarca di Bisanzio, ora sotto il giogo di Liutprando, re dei logobardi. Le armi eracleensi potevano contare sul temibile “fuoco greco”, una sorta di arma segreta dell’antichità, la cui tecnica di fabbricazione era mantenuta sotto il più stretto segreto da decenni nell’impero romano d’oriente. La flotta giunse nottetempo sotto le mura di Ravenna (allora l’Adriatico ne lambiva ancora le cinta murarie). A fianco degli eracleensi combattevano l’esarca fuoriuscito con le sue milizie: ancora una volta Eraclea scendeva in campo dalla parte delle aquile romane, contro i “barbari” del nord. La battaglia si concluse alle prime luci dell’alba, con la cattura del principe longobardo Ildebrando e la distruzione di gran parte del suo esercito. Intanto si riaccendevano gli attriti con l’antica rivale, Jesolo, sfociati in cruente battaglie che si protrassero, con alterne vicende, sino alla fine del secolo, conducendo le due città sull’orlo della distruzione reciproca. Eraclea uscì dalle guerre contro Jesolo completamente dissanguata, le mura abbattute, la potenza navale scomparsa. La situazione, di per se tragica, venne aggravata da una massiccia scorreria dei franchi. A tutto ciò fece seguito la migrazione della popolazione verso Malamocco, Torcello e Rialto, ove si stabilirono tutte le famiglie facoltose dell’antica nobiltà eracleense. Abbandonati gli argini, sviati i corsi d’acqua, tutta la zona si trasformò in palude. Verso l’815 si hanno ancora notizie del centro, ormai divenuto rurale, di Eraclea, noto d’ora in avanti con il nome di Cittanova. Questo “centro urbano”, subì ancora saccheggi e devastazioni: nell’880 si ebbe una scorreria degli slavi meridionali, nel 906 una degli ungari. Una guerra intestina fra le famiglie Morosini e Caloprini a Venezia, sfociò tra il 981 e il 983, nell’occupazione violenta di tutto il territorio. Con l’approssimarsi dell’anno 1000, Cittanova risorgeva come centro di una certa importanza, grazie all’opera dei monaci benedettini. Nei primi tre secoli del secondo millennio, Cittanova è tributaria del Doge e la sua diocesi è amministrata da un vescovo. Il nemico principale in questo periodo, è però la marea: alluvioni continue, inondazioni, straripamenti rendono inabitabile tutta la zona. Sul finire del XIV secolo, a Cittanova, non vi si trovavano che pochi casolari, sparsi in terreni semi incolti e semisommersi nelle acque palustri. I vescovi ormai si rifiutavano di abitarvi, preferendo risiedere a Venezia e recarvisi in modo molto saltuario. Così nel 1440, il pontefice Eugenio IV soppresse la sede vescovile di Cittanova, aggregando il suo al patriarcato di Grado. Nel 1451, papa Nicolò V soppresse il patriarcato gradese incorporandolo nella diocesi veneziana di Castello che elevò a Patriarcato di Venezia. L’ambiente fu ulteriormente degradato dai lavori intrapresi da Venezia per salvaguardare la laguna dagli interramenti causati dal Piave. Il Piave infatti scorreva allora da Musile a Caposile e raggiungeva il mare al Cavallino, fluendo nell’attuale alveo del Sile. Venezia, nel 1440, fece chiudere gli sfoghi in destra Piave ed attivare in sinistra la “Tajada de Rede” da S. Donà a Passarella. Poi protesse il lato destro del fiume con l’argine di S. Marco, indirizzando così le piene sul versante di Eraclea ed in seguito approfondì ulteriormente la “Tajada de Rede” non ottenendo però i risultati voluti. Adottò allora provvedimenti radicali scavando un alveo da S.Donà a Palazzetto. Il Piave fu quindi chiuso (intestato) a Musile ed obbligato a fluire nel territorio eracleense che era stato nel frattempo recintato da argini sì da divenire un enorme lago con uno sfogo verso il mare a S.Margherita, vicino a Caorle. Il lago però ebbe vita breve poichè il Piave, nel 1693, in una delle sue piene, ruppe l’argine a Cortellazzo e la Serenissima valutò opportuno lasciare il fiume fluire nel letto che si era aperto da solo da Palazzetto al mare. Lentamente risorse l’ambiente palustre ed i proprietari cercarono di coltivare le “terre asciutte”, cioè i prati digradanti nella palude. Fu molto difficile persuadere gli agricoltori a trasferirvisi poichè il territorio era molto malsano e mancava ogni cosa. Nel 1728, un patrizio veneziano, Almorò Giustiniani Lolin, fece erigere una chiesa dedicata a Maria, in uno dei punti più elevati. Fu l’inizio della ripresa. Intorno alla chiesa infatti si formò un villaggio: Grisolera. Il nome venne dall’abbondanza delle canne palustri, dette grisiole, dalla colorazione grigio-bruno, che gli abitanti del luogo raccoglievano e trasformavano in stuoie. Grisolera, frazione di Torcello sino alla fine della Serenissima (1797), divenne comune con la nascita del Regno d’Italia di cui fu sovrano Napoleone (1806). Subentrato il Regno Lombardo-Veneto, il piccolo comune fu smembrato con l’assegnazione di una porzione a S.Donà di Piave ed una a Cavazuccherina (Jesolo). Nel 1818, però, il comune fu ricostruito. Durante la dominazione austriaca furono avviati i primi tentativi di bonifica, ma è con l’unità d’Italia (1866) che si avvia un risanamento ambientale generale. La prima tragica eco della Grande Guerra, arrivò nel sandonatese assieme a migliaia di profughi, provenienti dalle zone del Tagliamento e del Livenza, verso la fine di Ottobre dell’anno 1917. Tutta la zona del basso Piave diventò improvvisamente area ad altissimo rischio, con l’avanguardia dell’esercito austro-ungarico alle porte. Nel 1917 vennero fatti saltare il ponte ferroviario e quello stradale: S. Donà e i centri limitrofi vennero isolati. Intanto gli austriaci si attestarono sulla sinistra Piave. Centinaia di persone abbandonarono i paesi siti lungo la foce del fiume, riuscendo a passare indenni a pochi metri dalle linee austriache. Fuoriusciti dai centri abitati tutti i civili inabili alle armi, la guerra mostrò il suo lato più crudo. Il fronte seguiva il corso del Piave, del Piave Vecchio e del Sile: le anse rendevano molto difficile la difesa, in particolare all’altezza dell’Intestadura. Un ruolo particolare fu giocato dalla testa di ponte di Caposile: un’estensione di terra alla sinistra del vecchio Piave che impedì agli austriaci di proseguire fino a Venezia. Il ruolo di Grisolera nel primo conflitto mondiale fu decisivo: il paese fu interamente distrutto dall’artiglieria italiana, che bersagliava le postazioni austriache ivi dislocate. Dopo la battaglia del Piave, nel periodo compreso fra il tre ed il sei luglio del 1918, fu liberata la prima area tra Piave e Sile. Il sei luglio il fronte venne portato a Cortellazzo; i combattimenti furono aspri, con migliaia di morti da entrambi le parti. L’antica Eraclea, usciva molto malconcia dal conflitto, con buona parte della popolazione dispersa in varie regioni d’Italia, esule o, come si usava dire “sfollata”. Lo stesso centro era un cumulo di macerie: neppure la chiesa si era salvata. Come se non bastassero le devastazioni apportate direttamente dalla guerra, il territorio si presentava interamente allagato, ancora una volta trasformato in palude. L’esercito italiano, infatti, per ostacolare il nemico, aveva rotto gli argini del Piave sul lato sinistro, così da allagare le campagne.

Nel 1954 il paese decise di cambiare nome, riprendendosi quello di Eraclea.

Tratto dal sito www.eraclea.com

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Profilo araldico


Una corona di colore argento, una fronda di quercia incrociata e una merlatura con una doppia croce, simbolo della pastorale di San Magno Vescovo

Colori dello scudo:
azzurro, oro
Partizioni:
troncato

Gonfalone ridisegnato


Gonfalone Ufficiale


Profilo Araldico


“Drappo partito di azzurro e di giallo…”

Legenda: Stemma, Gonfalone, Bandiera, Città, Sigillo, Altro,