Abbazia dei Santi Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane

() – Monaci Cistercensi della Stretta Osservanza



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Questo antichissimo complesso monastico si trova sulla Via Laurentina, in una piccola valle caratterizzata da numerosi alberi di eucalipto, in una località nota come “Acque Salvie” per la presenza di numerose sorgenti naturali.

La denominazione di “Tre Fontane” è legata al martirio di san Paolo, avvenuto nel luogo il 29 giugno 67, dopo che il carnefice spiccò la testa con spada essa cadde a terra compiendo tre rimbalzi, facendo scaturire, nei punti di contatto col terreno, altrettanti fonti d’acqua.

 

Nonostante gli illustri personaggi che hanno ripreso questo episodio leggendario, tra i quali san Gregorio Magno nel 604, oggi pare accertato che il supplizio di san Paolo sia avvenuto presso la tenuta della matrona Lucina, sulla via Ostiense, dove l’imperatore Costantino farà erigere la basilica di San Paolo Fuori le Mura.

 

Comunque sorse nel luogo una piccola chiesa dedicata a San Paolo, dove il generale bizantino Narsete, governatore d’Italia per conto di Giustiniano, fa costruire un monastero “ad Aquas Salvias” nel VI secolo per una comunità di monaci armeni profughi dalla Cilicia invasa dai musulmani, dove si veneravano le reliquie di Sant’Anastasio affidate loro dall’imperatore Eraclio, il cui abate Giorgio è documentato presente al Sinodo Romano del 649.

 

Distrutto dal fuoco nell’VIII secolo venne ricostruito da papa Adriano I (772-795). Raggiunse grande potenza e splendore, con giurisdizione feudale su un’ampia zona nel Lazio meridionale e della Tuscia, comprendente Ansedonia, ed ebbe come “protettori” gli Aldobrandini e gli Orsini.

 

Papa Gregorio VII, intorno al 1080, lo affida ad alcuni monaci cluniacensi, che però sono costretti ad abbandonare il luogo per via della malaria poco tempo dopo. Papa Innocenzo II vi chiama quindi i cistercensi nel 1140.

Durante una visita l’abate Bernardo di Clairvaux vi avrebbe avuto la visione delle anime del Purgatorio che salivano al Cielo condotte dagli Angeli e che diede poi la denominazione di Santa Maria Scala Cœli alla cappella che sorgeva accanto al luogo della visione e  venne ricostruita nel XVI secolo.

 

Il primo abate del monastero fu Pier Bernardo Paganelli, futuro papa Eugenio III che successivamente, conoscendo la vita dura in quella zona malarica, resa ancora più rigida dalla regola cistercense, permise ai monaci di trasferirsi durante il periodo estivo nel castello di Nemi.

Nel 1161 papa Alessandro III conferma il provvedimento e nel documento che ci è rimasto a testimonianza, per la prima volta, appaiono tutti insieme i nomi delle chiese che compongono il complesso abbaziale delle Tre Fontane.

 

I lavori di ricostruzione del monastero vengono completati nel 1306, con il completamento del chiostro e della sala capitolare.

Nel 1408 papa Martino V affidò l’abbazia in commenda, sopprimendo la figura dell’abate claustrale per sostituirà con un abate “commendatario”. La situazione rimarrà tale per molto tempo, salvo brevi periodi e il passaggio dei commendatari lascerà poche testimonianze rilevanti: la ricostruzione completa della chiesa di Santa Maria Scala Cœli (1592-1594), la ricostruzione della chiesa di San Paolo (1599-1601).

Con l’arrivo delle truppe napoleoniche e l’occupazione dello Stato pontificio, le fondazioni religiose vennero soppresse e i monaci cistercensi nel 1808 furono costretti ad abbandonare le Tre Fontane. Il monastero fu privato di tutti i suoi averi, i reliquiari e i preziosi arredi, donati da papi e regnanti nel corso dei secoli. Gli archivi e i testi e codici della biblioteca vennero trasferiti presso la biblioteche Vaticana e quella Casanatese.

Nel 1826 papa Leone XII visitò l’abbazia, constatando lo stato di abbandono, con una Bolla chiese ai Cistercensi di affidare le Tre Fontane ai frati Francescani Minori di San Sebastiano, ai quali veniva richiesto di riprendere il culto e ricostituire una comunità. Ma i frati francescani, di fronte a un tale stato di abbandono degli edifici e al clima malsano del luogo, si limitarono a riaprire il complesso abbaziale solo parzialmente e la sera veniva chiuso.

Nel 1855 papa Pio IX, insieme con il Procuratore Generale dei Trappisti, padre Francesco Regis, temporaneamente in visita a Roma, ideò progetto per il recupero di Tre Fontane, ma il costo previsto ne impedì l’attuazione. Una seconda opportunità si presentò nel 1867, in occasione del Giubileo straordinario per il diciottesimo centenario del martirio dei Santi Pietro e Paolo e soprattutto in seguito a una considerevole donazione da parte del conte di Maumigny.

 

Con la Bolla del 21 aprile 1868, venne ricostituita la comunità che affidata Cistercensi Trappisti, a cui fu donata l’abbazia. I monaci della Grande Trappe intrapresero radicali opere di restauro degli edifici ma soprattutto si impegnarono a fondo per la bonifica integrale della zona, con la costruzione di sistemi di drenaggio delle acque stagnanti, pericolose anche per le fondamenta delle strutture edificate. I monaci piantarono anche numerose migliaia di alberi di eucalipto con l’intento di consolidare il terreno e sfruttarne le proprietà balsamiche ad uso terapeutico.

 

I lavori di bonifica continuarono fino al 1903, quando la copertura del grande stagno nei pressi del monastero e l’uso di zanzariere e dell’estratto di chinino, mise fine al problema della malaria che costringeva la comunità a trasferirsi a Frascati da giugno a ottobre.

 

La zona è rimasta oggi abbastanza intatta, un’isola di pace in mezzo al bosco di eucalipti, nonostante la costruzione del quartiere dell’EUR, edificato per la prevista Esposizione Universale di Roma che avrebbe dovuto tenersi nel 1942, ma che non ebbe luogo a causa della seconda guerra mondiale. Vi si possono visitare la chiesa abbaziale del 1138- 1244, il chiostro; le chiese di San Paolo e quella dei Santi Vincenzo e Anastasio, ricostruite da Giacomo della Porta (1538-1599) e quella della visione di San Bernardo, santa Maria in Scala Coeli (1583).

 

Lo stemma dell’abbazia in uso è quello adottato dalla comunità trappista: nello scudo, troncato, si riconoscono tre zampilli d’acqua, allusivi alle Tre Fontane, nella parte superiore. Mentre in quella inferiore la spada, attributo di San Paolo e  strumento del suo supplizio e incrociata con la palma del martirio. Si completa col motto CURSUM HIC CONSUMMAVI (Qui ho terminato la corsa), tratto, dalla lettera che san Paolo scrisse al compagno Timoteo (Atti degli Apostoli: cap. 2 Tm 4,7) nell’anno 67 durante la seconda prigionia a Roma e poco prima che l’apostolo venisse decapitato. Con l’espressione “bonum certamen certavi cursum consummavi fidem servavi” (Ho combattuto una buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede), San Paolo esprime tutta la sua fiducia nel Signore che, giusto giudice, saprà ricompensarlo. Oltre alla mitra e al pastorale abbaziale, in alcune figurazioni, lo stemma è accollato ad una ghirlanda d’alloro.

 

Inizialmente, anziché lo stemma abbaziale, per i loro prodotti i monaci idearono un vero e proprio logo commerciale legalmente registrato e di tipo pseudo-araldico: uno scudo modanato accollato al pastorale e timbrato da una mitra, con al centro un albero di eucaplito, nodrito da una targa con il toponimo ROMA, affiancato da due crocette patenti, dalla legenda Prodotti Eucalyptus Trappisti Tre Fontane e dal motto IN IPSIS LABORO CERTANDO (“nel loro lavoro la fatica” un riferimento alla lettera di San Paolo ai Colossesi, cap. I, 29), completato da un serto formato da un rami di vite e da un mannello di spighe di grano, allusivi all’opera di bonifica del territorio svolto dalla comunità.

 

Padre Ortisio ha iniziato la produzione del liquore d’eucalipto “Eucalittino” nel 1873, inizialmente come preparato terapeutico, e oggi è uno dei prodotti ancora in vendita nel negozio del monastero, assieme ad altri infusi d’erbe, olio d’oliva, tisane, cioccolato e, dal 2014, anche una birra aromatizzata con l’eucalipto, una “triple” con tenore alcoolico di 8,5%, dal color dorato sentore fruttato di corpo dolce e con finale amarognolo con toni balsamici. La produzione è stata resa possibile dal recupero di una vecchia ricetta brassicola del primo gruppo di  monaci arrivato alle Tre Fontane direttamente da La Trappe, l’11 maggio del 2015 le è stato riconosciuto il marchio ATP (Authentic Trappist Product).

 

La produzione avviene all’interno della mura dell’abbazia sotto il controllo di un mastro birraio laico, Sergio Daniele, che precisa essa sia volutamente ridotta, circa 1000 ettolitri l’anno (pochissimo rispetto agli oltre 180.000 ettolitri prodotti dal più grande birrificio trappista di Chimay, in Belgio), ma sufficiente al sostentamento della comunità,

per le opere di carità e per preservare il patrimonio storico e culturale del complesso abbaziale come prescritto dal codice etico dell’ Associazione per il marchio ATP.