Abbaye de Notre-Dame du Vivier

(Ex Abbazia di Nostra Signora del Vivaio) – Monache Cistercensi



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Secondo la tradizione un gruppo di 139 “dame”, spose dei cavalieri crociati partiti al seguito di Goffredo di Buglione (Godefroid de Boillon) nel 1095, si sarebbero riunite presso una modesta cappella di Marche-sur-Meuse presso il torrente Gelbressée, su consiglio del conte di Namur per pregare per il felice ritorno dei propri compagni. Vi restarono due anni, ma grazie ai mezzi propri e all’aiuto di amici, fecero edificare una chiesa più adeguata.

Coloro che non videro il ritorno del proprio marito restarono in quel luogo, che assunse il nome di Marche-les-Dames e vi fondarono una prima comunità monastica. La nuova fondazione sarebbe stata generosamente finanziata da Goffredo, come ringraziamento alla Vergine Maria per essere tornato vittorioso dalla Terrasanta.

La chiesa e il monastero vennero consacrati nel 1103, anno che si è assunto come fondativo dell’abbazia. Nel XIII secolo l’abbazia aderì alla riforma cistercense (come documentato nel 1236) e durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio venne ritrovata una statua della Madonna dentro ad uno “peschiera” o “vivaio” (vivier, in francese) e l’abbazia assunse il nome di Vivier de Notre Dame (Vivaio di Nostra Signora) poi il titolo di Notre-Dame du Vivier. La prima badesse fu tale Ivette.

Dopo un periodi di fioritura nel XV secolo l’abbazia andò incontro ad una rapida decadenza, in parallelo a tutte le istituzioni monastiche consimili, ma grazie alla badessa Marie de Bervier (morta nel 1447) si ebbe un nuovo slancio religioso, che le permise di sostenere anche la rinascita dele abbazie di Soleilmont e Fleurus.

La badessa Marie III de Herstal (1460-1486) fece rinnovare il complesso e il 14 agosto 1480 ottenne l’alto patronato solenne dell’arciduca Massimiliano d’Austria (futuro imperatore) e della moglie Maria di Borgogna.

Ciononostante la badessa Marie IV de Hustin (1486-1504) poté fare poco di fronte alle violenze dovute al conflitto tra i duchi di Borgogna e il principato-vescovile di Liegi.

Madre Clemenza (Clémence) di Castro (1602-1635), di origine spagnola, si adoperò molto per lo sviluppo di tutta la valle del Gelbressée, suo dominio principale, incoraggiò l’adozione di nuove tecniche di forgiatura, dei mulini ad acqua e altre innovazioni che portarono prosperità. Su una vasca di pietra (risalante al 1620) presso il “vivaio” si conserva una scritta « Clémence, mère et dame de ce noble couvent, a rendu nouvelle vie à ce ruisseau d’argent » (Clemenza, madre e dama di questo nobile convento, a reso nuova vita a questo ruscello d’argento).

Dopo il travagliato abbaziato di Catherine Woot de Trixhe (1682-1706), che si trovò a dirigere l’abbazia in un periodo molto difficile: nel 1692 ci fu il terribile assedio di Namur e fu solo con una supplica a Carlo II di Spagna, allora signore delle Fiandre Borgognone, che le monache non dovettero subire la bancarotta.

Con il governo di Marguerite de Bulley (1706-1722) e della sorella e succeditrice Constance si ebbe una nuova rinascenza, il monastero venne ingrandito e abbellito. La chiesa arricchita di suntuosi arredi sacri e opere d’arte. I lavori vennero completati dalla badessa Louise de Fumal (1743-1769) con il nuovo coro.

Dopo di lei Marie-Joseph de Boron fu l’ultima superiora di Marche-les-Dames (1769-1809) e dovette assistere alla soppressione dell’abbazia. Il suo stemma sono ancora visibile presso il portale d’ingresso, il piccolo bacino d’acqua davanti all’entrata, ultimo abbellimento, porta il suo nome e la data del 1772.

Una prima soppressione a ciel sereno si ebbe durante il governo austriaco, nel 1783, quando gli ordini religiosi vennero definiti per decreto imperiale “inutili alla società”: le monache dovettero rifugiarsi in Westfalia, a Essen, dove fondarono un nuovo monastero. Con il cambiamento di governo poterono tornare a nella loro prima casa, in un effimero tentativo di restaurazione.

Nel 1796, in applicazione del decreto del 1 settembre, essere vennero espulse e la statua della Vergine trasferita a Namur. Un gruppo di fedeli riuscirono ad acquistare gli edifici e a mantenerli in modo da permettere alle monache che non sapevano dove andare di rimanervi, l’ultima sorella, Scholastique Baudhuin, vi morì nel 1856 all’età di 87 anni.

Nel 1875 vi arrivarono le Orsoline di Colonia, fuggite dalla Germania al seguito della proclamazione del Kulturkampf, che aprirono nell’ex abbazia un pensionato per giovani ragazze. Vi resteranno fino alla Prima Guerra Mondiale nel 1914, durante quel periodo, nel 1880, venne restituita alla comunità la statua della Vergine.

Alle Orsoline succedettero le Terziarie Carmelitane nel 1919, che gestirono una istituzione per orfane di guerra, con un istituto di formazione professionale femminile dal 1924. Cessate le attività educative nel 1965 l’antica abbazia divenne un pensionato femminile.

Frattanto nel 1969 gli edifici vennero classificati “monument historique”.

Dal 1972 al 1980, vi venne ospitato lo IATA di Namur (Institut d’enseignement des arts, techniques et de l’artisanat) con il collegio annesso.

Nel 1981 fu la volta delle monache della Famiglia di Betlemme, dell’Assunzione della Vergine e di San Bruno. Vi restarono fino al 2000 per poi trasferirsi a Opgrimbie (Limbourgo). Subito dopo vi trovò la sede una della Maisons Notre-Dame facenti parte di un movimento di apostolato laico, fondato in Canada ma di carattere internazionale, il luogo divenne un luogo di incontro, di ascolto e di accoglienza, ma non durò a lungo.

Dal settembre 2014 al giugno 2016 ospitò alcuni sacerdoti della Fraternità dei Santi Apostoli, che curava anche la formazione dei futuri sacerdoti. L’Ordine seguiva l formazione dei sacerdoti ed era ispirato da don Michel-Marie Zanotti-Sorkine, curato a Marseille, e fondata da mons. André-Joseph Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles, ma venne soppresso dal suo successore mons. De Kesel nel 2016 (la maggioranza dei membri era francese e in quel Paese si stava vivendo una drastica mancanza di sacerdoti).

Nel 2018 il sito è stato acquisito dai fratelli  Bouvier, che si sono impegnati a conservarlo e a valorizzarlo. Di tutte le abbazie femminili della provincia di Namur, questa è la sola con gli edifici praticamente intatti.

Dal 2009, per la sua particolare struttura e suggestione, l’ex abbazia è spesso set per riprese cinematografiche.

Lo stemma dell’abbazia è noto da repertori e si presenta: “toncato: al primo d’oro al castello torricellato di tre coperte d’azzurro; al secondo losangato d’argento e d’azzurro”. Non sappiamo da dove derivi la figurazione dello stemma, possiamo ipotizzare solo che il colore azzurro sia allusivo al “vivavio”, ossia allo specchio d’acqua che è all’origine del monastero. Lo stemma ovato (come quello a losanga) sono propri delle donne, il pastorale e il rosario lo identificano cone lo stemma di una badessa e, per estensione, di un’abbazia.

La birra “Clem de Castro” prodotta dalla Brasserie de Jandrain-Jandrenouille è una Pale Ale – Belga a 6,5% realizzata secondo una ricetta speciale che si vuole far risalire ad una anonima « sœur  brasseur » (sorella birraia) citata dai documenti d’archivio, che ebbe l’idea di brassare una « bière amère et florale, à l’image de la rudesse et de la légèreté qui règnent en ces lieux bénis. L’eau de la source qui jaillit à température et débit constants, assurera la stabilité du brassin » (birra amara e floreale, riflesso dell’asprezza e della leggerezza che regnano in questi luoghi benedetti. L’acqua di sorgente, che sgorga a temperatura e flusso costanti, garantirà la stabilità della bevanda).

In realtà non si sa se questa bevanda venne mai realizzato anzi, probabilmente il vescovo di Namur proibì alla monache di produrre questa bevanda fermentata, che avrebbe potuto minare l’osservanza della regola  del rigore morale.

La bevanda attualmente in produzione, per la quale si usa effettivamente l’acqua della sorgente La Boigneuse che sgorga nei pressi dell’abbazia, è dedicate alla badessa Clémence de  Castro, una figura iconica della storia: donna risoluta e intraprendente di origine iberica che fece la prosperità della regione.