Sint-Pietersabdij van Lo

(Ex Abbazia di San Pietro di Lo) – Canonici Regolari di Sant’Agostino



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Nella località di Lauka, oggi Lo frazione del Comune fiammingo di Lo-Reninge, il cui toponimo identificava in antico un “boschetto su terreno sabbioso”, alla fine dell’XI secolo Filips, figlio di Robrecht de Fries, fondò un monastero affidato ad alcuni canonici a complemento di una grande struttura fortificata. Nel 1119 il vescovo di Terwaan (l’antica città di Terenburg che sorgeva presso l’attuale cittadina francese di Théruanne), Jan I van Waasten (1065-1130) chiese ai canonici di adottare la regola Agostiniana. Nel 1220 papa Onorio III concesse al monastero il diritto di decima del territorio di Lo (scritto talvolta anche Loo).
Dal 1537 la comunità edificò anche una residenza nella città di Ypres, in Mondstraat, come “rifugio” nei momenti di particolare pericolo, come l’11 agosto 1566, quando gli iconoclasti protestanti attaccarono e distrussero la chiesa e il monastero di Lo.

Nel 1621, durante la prelatura di Remi de Zaman (1604-1637) ottenne il rango di abbazia. Il territorio circostante, la cui estensione raggiunse i 500 ettari, era giuridicamente soggetto al prevosto-abate che ne era anche il barone feudale, per incentivare lo sviluppo del territorio gli abati elargirono esenzioni e privilegi a quanti decidevano di andare a risiedere intorno all’abbazia: si sviluppò così una vera e propria “città monastica” come in altri numerosi casi analoghi.

Gli Agostiniani ne mantennero il possesso fino al 1797, quando il monastero venne soppresso e parzialmente distrutto. Del vasto complesso rimane oggi la chiesa di San Pietro (Sint-Pieterskerk), che dall’epoca rivoluzionaria era sede della parrocchia, alcuni edifici monastici che ospitano oggi un prestigioso hotel, la torre colombaia, la casa dell’abate (Canonica) e la sede della Cappellania.
In particolare la monumentale Colombaia o Duiventoren (Torre dei Piccioni) ottagonale con 1132 nidi venne edificata per accogliere il l’abate Patricius Fraeys al suo ritorno da Roma nel 1710.

Lo stemma si blasona: “d’oro, ai due pastorali d’argento posti in decusse e accollati all’aquila bicipite di nero, nimbata d’argento”. L’aquila con il doppio pastorale richiama i privilegi elargiti dagli imperatori al monastero, lo stemma è solitamente accompagnato dal motto OMNIS CARO FŒNUM, in greco “pasa sarx chòrtos” che si può tradurre come “Ogni Carne è Fieno”, col significato che ogni uomo è come l’erba, ripresa dal profeta Isaia (40,6) e citato anche da Gesù secondo gli evangelisti Luca (12,28) e Matteo (6,30) nel “Discorso della montagna” egli chiama infatti chòrtos (lat. fœnum) l’erba del campo fiorita di gigli, «che oggi c’è e domani si getta». Mentre i Salmi moltiplicano poeticamente il termine fœnum a ingiuria degli empi, che inaridiscano «come l’erba dei tetti» (128,6). Anche in un celebre sermone di Sant’Agostino (Sermo CXXIV “IN Natale Domini”) dove il vescovo di Ippona ravvisa nelle parole di Isaia la profezia avverata a Betlemme: Dio si incarna, viene cioè letteralmente messo nel fieno di una mangiatoia.

Dopo le alienazioni rivoluzionarie, la casa dell’abate venne acquistata nel 1848 dalla ricca famiglia di Lodewijk Verlende, nipote di Alipius Augustinus Verlende (1736-1793) proprietario del birrificio L’Ancre d’Or di Hoogstade, il quake ristrutturò la struttura per crearvi il birrificio St. Louis Malt and Brewery, in produzione fino al 1875, dopo di che l’azienda è stata rilevata e riorganizzata dal figlio Edward Verlende-Van Hee, nel 1884 venne realizzato l’essiccatoio del malto nel 1895, poi trasformato in mulino. Successivamente il birrificio fu gestito dalla moglie e dal figlio Louis.
Dal 1931, Louis modernizzò completamente i suoi impianti di produzione del malto e della birra. Grazie a questi interventi di ammodernamento, divenne uno dei più importanti produttori di malto e birra della regione.
Ispirato dall’idea fiamminga, Louis sviluppò la sua birra regionale dopo la prima guerra mondiale e la chiamò Zannekin . La crescente concorrenza dei grandi birrifici e la diminuzione delle vendite di birra costrinsero la famiglia Verlende a chiudere la propria attività.