Lo stemma e il gonfalone degli enti territoriali sono gli emblemi civici che godono di tutela giuridica da parte dello Stato, regolato dalle norme di legge (RD. 21/01/1929 n. 61 “Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano”, RD 07/06/1943 n. 651 e n. 652, R.D. 12/10/1933 n. 1440 art. 1). A questi, pur non espressamente citati, si aggiungono la bandiera e il sigillo del Comune (“città” è titolo onorifico concesso ad un Comune) o della Provincia.
La concessione è soggetta ad una precisa regolamentazione attraverso una procedura (recentemente semplificata) a cura dell’Ufficio Onorificenza e Araldica presso la Presidenza del Consiglio, che applica il “Regolamento Tecnico-Araldico” contenuto sempre nel RD. 21/01/1929 n. 61, e nel RD 07/06/1943 n. 652.
L’emblema regionale invece non è espressamente soggetto ad alcuna norma (nel 1943 le Regioni non erano ancora state istituite) ed è adottato dalle singole Regioni con atto legislativo proprio, sempre con menzione nello Statuto. Per questa ragione gli emblemi di parecchie Regioni non seguono le regole araldiche: si tratta di veri e propri “logo” grafici, spesso progettati da noti designers (ad eccezione della Val d’Aosta, del Veneto, della Puglia, del Molise, dell’Abruzzo, della Sicilia e della Sardegna che alzano gli storici emblemi dei loro territori).
Da dire anche che molti enti, come la Provincia di Rimini o quella di Monza-Brianza pur avendo adottato uno stemma di tipo tradizionale, spesso usano segni distintivi che condividono poco con gli scudi araldici: si tratta di veri e propri “logo”, spesso non privi di grazia estetica e grafica.
In teoria può verificarsi che un Ente chieda, in luogo della concessione ex novo di uno stemma (che avviene sempre con Decreto del Presidente della Repubblica), il “riconoscimento” (che avviene invece con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) di uno stemma già in uso, ma mai formalmente “approvato” se i Comuni siano in grado di dimostrane “il possesso a termini dell’art. 1140 del Codice Civile, con la produzione di fotografie di monumenti, lapidi, opere d’arte, esposte al pubblico da almeno 100 anni” (“Regolamento per la Consulta Araldica del Regno”, RD del 7/6/1943 n. 652 §II, art. 4). Si tratta spesso di stemmi antichi, derivati dai sigilli delle comunità e generati dalle vicende storiche dei Comuni e fissati dalla tradizione. Dagli anni ’60 però non più prevista la “concessione” di uno stemma, assumendo che da quell’epoca tutti gli stemmi sono da considerarsi di “nuova adozione”.
Per completezza riportiamo che sono ancora parecchi i Comuni italiani che non hanno mai chiesto la concessione di uno stemma di qualunque tipo e molti usano lo stemma senza mai averne avuto formale autorizzazione dallo Stato. Di fatto un invito ultimativo a “regolare” la posizione araldica di questi Enti Territoriali non è mai stato inoltrato. Alcuni Comuni, infine, pur avendo avuto in passato regolare concessione del proprio emblema da parte dell’autorità sovrana pre-unitaria hanno proceduto alla richiesta di concessione da parte della Repubblica (ad esempio: la città di Modena).
È da dire inoltre che il nuovo Testo Unico degli Enti Locali (DLgs 18/8/2000 n. 267) impone la sola adozione dello stemma attraverso deliberazione da parte del Consiglio Comunale (o Provinciale), il quale ne deve dare menzione nello Statuto proprio dell’Ente, non prevedendo altro passaggio burocratico.
Informiamo altresì che i Comuni della Regione Valle d’Aosta e delle Provincie Autonome di Trento e Bolzano, hanno una procedura specifica per la concessione o riconoscimento del proprio stemma, che fa capo all’Ufficio Araldico presso la Presidenza della Regione (o Provincia) Autonoma.
Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna invece seguono la procedura ordinaria.
Poiché la procedura per la concessione dello stemma e del gonfalone è la stessa, quasi tutti i Comuni o Province (delle Regioni a Statuto Ordinario) quando richiedono la concessione dello stemma chiedono, contestualmente, anche la concessione del gonfalone.
A tal proposito gli Enti in questione possono chiedere genericamente la “concessione degli emblemi araldici” che, oltre appunto allo stemma e al gonfalone, comprendono la bandiera e il sigillo.
Le procedure sono state tuttavia distinte perché può verificarsi il caso che un Ente, con stemma regolarmente approvato in passato, debba procedere alla richiesta del solo gonfalone.
La parola “stemma” è usata abitualmente in luogo di “arma” (o “arme”) derivante dal greco stemmata (la “corona d’alloro” per onorare le effigi degli antenati e degli eroi) e indica, per gli enti territoriali, la figurazione composta da scudo, corona, elemento decorativo e ornamenti “esteriori” (allo scudo). Cfr. “saggio di araldica” in questo stesso sito.
il Gonfalone è invece lo stendardo composto di un drappo quadrangolare (fino agli anni ’80 aveva anche tre grandi strisce pendenti o “bandoni” nel margine inferiore, oggi aboliti), di circa 1 metro per 2 composto di uno o di tutti gli smalti dello scudo che compone lo stemma, è sospeso per tramite di un “bilico” ad un’asta ricoperta di velluto dei colori del drappo con bullette metalliche disposte a spirale, terminante in punta con una “freccia” sulla quale è riprodotto lo stemma del Comune. Il drappo è ricamato e ornato riccamente, con frange, e di solito contiene al centro la riproduzione dello stemma (tutto o in parte) dell’Ente territoriale con una scritta identificativa (Comune di…, Città di… Provincia di…). Il gambo, in alto, riporta una “cravatta” frangiata tricolore. Le parti metalliche, i cordoni, i ricami, le bullette dovranno essere: argentate per i Comuni e le città, dorate per le Provincie.
Sigillo: punzone in duralluminio o altro metallo riportante lo stemma del Comune o una figurazione allegorica, del quale si può ottenere concessione come per i precedenti (come ad esempio la città di Udine).
Bandiera: drappo di seta in misura di 100 x 150 centimetri (e comunque in rapporto di 2:3) che riporta una figurazione allegorica, o l’arme dell’Ente (tutta o in parte).
Per ottenere la concessione dello stemma un Comune deve seguire la procedura esposta succintamente di seguito a titolo esemplificativo:
1) Il Consiglio Comunale (o la Giunta) devono provvedere ad una Delibera dove si dichiara:
- di voler assumere gli “emblemi araldici” (stemma e gonfalone) previsti dalla legge
- di dare formale mandato al Sindaco di contattare l’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, allo scopo di istruire la pratica per ottenere la concessione dello stemma comunale e del gonfalone (e, volendo, della bandiera e del sigillo).
2) Il Sindaco deve predisporre tutta la documentazione necessaria da allegare alla domanda di concessione:
- Domanda in carta libera indirizzata al Presidente della Repubblica, dove si chiede di ottenere la concessione dello stemma araldico (e del gonfalone) per il Comune, firmata dal sindaco
- Domanda in carta bollata, indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri, con lo stesso contenuto della precedente
- Copia, per ogni domanda, della Delibera del Consiglio o Giunta Comunale contenente l’indicazione della volontà espressa dai rappresentanti del Comune a dotarsi di un proprio specifico stemma comunale
- Bozzetto a colori (o in bianco e nero con indicazione dei colori) dello stemma e del gonfalone (un disegno per ciascuno) che il Comune intende farsi concedere (o riconoscere). Il Sindaco avrà opportunamente concordato con l’Ufficio Araldico un bozzetto conforme alla legislazione e alle norme.
- Breve cenno della storia del Comune con eventuale motivazione della scelta di colori, simboli e configurazioni dello stemma
Tutta la documentazione va inviata all’Ufficio Onorificenze e Araldica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (sede di via Barberini, 38 00187 Roma).
Alla documentazione va allegata anche una marca da bollo del valore corrente prevista dalla legge.
Ricevuto il materiale l’Ufficio Araldico lo valuta, dando il “nulla osta” all’esecuzione della procedura (altrimenti rimette tutto al Comune con motivazione e indicazione di modifica: di solito fa notare se esistono altri stemmi con quelle figurazioni o quali norme impediscono di adottare lo stemma proposto), predispone il testo del Decreto di Concessione dello stemma (e del gonfalone) e lo invia per la firma al Presidente del Consiglio dei Ministri.
Questi, dopo averlo valutato e non riscontrando alcun impedimento (compito che spetta all’Ufficio Araldico) lo firma e lo restituisce all’Ufficio Araldico.
Dopo averlo riavuto l’Ufficio Araldico lo invia al Presidente della Repubblica per la firma. Una volta firmato dal capo dello Stato (la data di Concessione a tutti gli effetti è quella della firma da parte del Presidente) viene restituito all’Ufficio Araldico.
L’ufficio Araldico lo invia all’Archivio Centrale dello Stato all’EUR, ufficio al quale è demandato il compito della trascrizione nel Libro Araldico degli Enti Morali.
Dopo questa trascrizione l’Archivio Centrale restituisce il Decreto originale all’Ufficio Araldico che lo trascrive a sua volta nei propri Registri e lo conserva in originale nel proprio Archivio.
Finalmente, attraverso l’Ufficio Territoriale del Governo (Prefettura) si provvede ad inviare al Sindaco del Comune richiedente una copia autentica (con allegato bozzetto miniato, redatto a spese del Comune richiedente) del Decreto di Concessione o Riconoscimento dello stemma (e del gonfalone, del sigillo, della bandiera), dopo avervi applicato la marca da bollo a suo tempo inviata dal Comune stesso con la documentazione. Di solito la consegna avviene attraverso una cerimonia ufficiale, durante la quale il Prefetto consegna i documenti nelle mani del Sindaco (o del Presidente della Provincia).
Il Prefetto dà comunicazione all’Ufficio Onorificenze e Araldica dell’avvenuta consegna.
A questo punto il Comune è legalmente autorizzato a contattare una ditta specializzata per la messa in opera del gonfalone e a poter apporre sui propri atti e sigilli d’ufficio lo stemma araldico concesso.
La procedura la stessa per le città (cioè Comuni al cui capoluogo è riconosciuto il titolo di “città”) ed è pressoché identica per le Province, per la quale il mandato sarà dato al Presidente del Consiglio Provinciale.
Per interessanti “varianti” (rispetto alle forme regolamentari) segnaliamo:
- il gonfalone della città di Firenze, che è composto di un drappo bianco riportante il solo “giglio” rosso, e quello di Ancona, che mostra una sola croce “greca” d’oro in luogo del celebre cavaliere armato.
- il gonfalone della città di Parma, composto di un drappo quadrangolare giallo-oro terminante a coda di rondine caricato della croce azzurra di Parma. Sul tutto è sovrapposta una fascia in capo azzurra con la scritta AUREA PARMA, richiamante l’antica denominazione bizantina della città: CRISOPOLI (città d’oro)
- i gonfaloni delle città di Milano e Reggio Emilia, composti di ricchi arazzi riportanti: Sant’Ambrogio che fustiga gli Ariani con alcune scene agiografiche (per il capoluogo lombardo) e angeli che sorreggono in volo lo scudo in ovale (della città emiliana).
Testo redatto a cura di Massimo Ghirardi aggiornato al 2011.
Si ringrazia la dr.ssa Ilva Sapora, Direttore dell’Ufficio Onorificenze e Araldica
Il prof. Alessandro Savorelli, della Scuola Normale Superiore di Pisa, storico e araldista
il dr. Joseph Rivolin, Direttore dell’Ufficio Araldico della Regione Valle d’Aosta
Marco Foppoli, illustratore araldico
per la cortese e preziosa collaborazione.
la mia città, Cento (Fe), ha avviato la pratica per la richiesta di stemma e gonfalone in quanto sembra che quello che fino ad oggi è stato adoperato non abbia mai avuto l’autorizzazione da parte degli organi preposti, la cosa a me personalmente risulta molto, molto strana e non avendo la benché minima fiducia nelle persone che compongono l’attuale amministrazione e ancora meno in colui che ne è il capo (sindaco) vorrei quantomeno poter verificare quanto ci hanno detto in merito; è possibile per un normale cittadino porre quesiti agli uffici preposti? Gli stessi uffici hanno una mail a cui posso inviare la richiesta di verifica?
Grazie anticipatamente
Una cosa semplice, ragazzi: stiamo mica a blasonar pusterle, bullette, amàidi e lambrecchini.
Sono passati sette anni dal testo (obiettivo, documentato) di Massimo Ghirardi, ed intanto è uscito il DPCM 28 gennaio 2011 (archeologico). Il sito metaraldico della Presidenza del Consiglio è in rielaborazione, e non accetta posta. La semplificazione non c’è stata; la trafila burocratica non è definita da nessuno; lavorano (giustamente) i designers, perché gli Enti – che sono aziende – hanno bisogno di comunicazione efficace; e gli Ufficî che uno sopra l’altro – e non sono aziende – dovrebbero controllare (c’è ancora l’Albo d’Oro?) dichiarano – al massimo – la “non confondibilità” di un nuovo emblema con quelli già registrati nelle apposite raccolte.
Però bisognerebbe andar a vedere dove e come sono le carte.
E poi ci sono Enti (e forme di espressione) non normati né normabili dall’Ufficio subentrato – nonostante la semplificazione di origine maxillo-facciale – alla Consulta Araldica: la quale rispunta in apertura nel DPCM 28 gennaio 2011. In chiusura (art. 8: Disposizione di salvaguardia): “Per quanto non espressamente previsto dal presente decreto e annesso allegato A, continuano ad applicarsi le regole della tradizione e prassi araldica”
Chiarisco altresì che, con l’entrata in vigore del TUEL (Testo Unico degli Enti Locali) e come confermato da diversi pareri di legali, non c’è nessun OBBLIGO per Comuni, Province (et cetera) di chiedere concessione per lo stemma. L’unico atto formale è quello dell’espressa adozione attraverso lo Statuto dell’Ente stesso.
L’Ufficio Onorificenze e Araldica (la precedenza è significativa!) presso la Presidenza del Consiglio dovrebbe occuparsi solo delle onorificienze repubblicane e della concessione della facoltà di fregiarsi di altre onorificenze (!) da coloro che le hanno ricevute. Pare sia un vezzo tutt’altro che raro.
a proposito di quanto scrive Andrea:
anche il mio Comune – Palagonia (CT) – ha cambiato gonfalone ai primi anni 60 del ’900.
Chi se ne occupò allora, ordinando la creazione di uno stemma orribile e senza alcun significato (un’accozzaglia di palle divise sui molteplici riquadri) nè per il Comune nè per la sua storia, oggi non ricorda perchè e come lo fece.
Volendo scrivere un libro sulla città mi trovo ora di fronte a un quesito di difficile risoluzione: quale era quello precedente (nelle foto d’epoca non viene mai mostrato in modo chiaro) e come si è pervenuti a quello attuale visto che gli archivi comunali non hanno fornito documenti a suffragio della pratica di adozione del nuovo gonfalone.
Mi sono rivolto alla consulta araldica di Palazzo Chigi (cons. I. Sapora) e spero che mi possano dare qualche dritta che non sia spulciare le Gazzette ufficiali per decenni.
Il nostro collega e miniera di informazioni Giancarlo Scarpitta, non ha trovato il decreto, ma ha trovato traccia del precedente stemma pubblicato su “Città e Paesi d’Italia” del 1967 http://www.araldicacivica.it/stemmi/comuni/altre-immagini/?id=5455. Il contenuto e i colori non sono facilmente individuabili. Paiono esserci un libro e una perla.